Scrive Papa Benedetto XVI nel "Gesù di Nazareth" (Rizzoli, 2007, p. 15 ss.) che "l'Antico ed il Nuovo Testamento sono intimamente collegati tra loro...", pur ammettendo, subito dopo, che "...l'ermeneutica cristologica che in Gesù Cristo vede la chiave di tutto e, partendo da Lui, apprende a capire la Bibbia come unità, presuppone una scelta di fede e non può derivare dal puro metodo storico", e, precisando, più avanti, che "L'esegesi canonica - la lettura dei singoli testi della Bibbia nel quadro della sua interezza - è una dimensione essenziale che non è in contraddizione con il metodo storico-critico, ma lo sviluppa in maniera organica e lo fa divenire vera e propria teologia".
Con queste parole Papa Ratzinger conferma l'indirizzo della Chiesa cattolica tendente a dimostrare la continuità e la unità tra l'Antico ed il Nuovo Testamento sotto il profilo della Rivelazione progressiva del verbo di Dio (v. le Encicliche "Provvidentissimus Deus" di Leone XIII e "Divino Afflante Spiritu" di Pio XII, nonchè il documento del Concilio Vaticano II "Dei Verbum" e quello redatto sullo stesso tema dalla Pontificia Commissione Biblica nel 1993).
Come è noto, su tale indirizzo non mancano dissensi : anche alcuni studiosi cattolici dell'esegesi biblica ritengono la necessità di conservare un valore autonomo a tutti i momenti della Scrittura ebraica. Ad esempio, sostiene il teologo gesuita J.A. Fitzmayer che "L'antico Testamento non va interpretato come se fosse già orientato verso Cristo" (v. J.A. Fitzmayer, "Il documento della Commissione Biblica sulla interpretazione della Bibbia nella Chiesa", Pontificio Istituto Biblico, Roma,1984).
La questione della interpretazione delle scritture veterotestamentarie è sempre attuale, tant'è che essa costituisce oggi uno dei punti più difficili del dialogo ebraico-cristiano. Gli è che la interpretazione è avvenuta tramite vari metodi esegetici, fra cui quello letterale-storico, che fu utilizzato dai primi evangelisti (ma Giovanni e Paolo non disdegnarono la interpetrazione spirituale dei passi scritturistici quando il contesto lo richiese), e quello simbolico-allegorico della scuola alessandrina, sia ebraica, sia cristiana, il quale informò gran parte della patristica dal II al VII secolo d.C.
Ma qui non interessa portare il discorso sulla validità o meno dei vari canoni interpretativi della Bibbia, secondo la tradizione ebraica e cristiana. Interessa invece evidenziare come la ricerca del simbolismo, ritenuto racchiuso in alcuni passi del Vecchio Testamento, può condurre ad interpretazioni fin troppo in consonanza con la posizione teologica o filosofica dell'esegeta e, perciò, di non agevole condivisione. Giustamente è stato detto che "La interpretazione allegorica delle scritture che caratterizza l'esegesi patristica rischia di disorientare l'uomo moderno" (J.A.Fitzmayer, op. cit.).
Si prenda l'episodio del roveto ardente riportato in Esodo, 3, 1 - 22. Il brano riferisce della rivelazione che Dio fa di sè a Mosè sul Monte Oreb (altro nome del monte Sinai) e dell'alleanza che Dio stringe con lo stesso Mosè, cui promette di liberare il popolo di Israele dalla schiavitù del faraone egiziano. Un racconto che, evidentemente, combina elementi del Codice Jahvista della tradizione ebrea (raccolta di scritti che cantano la condotta di Dio chiamato YHWH in favore del suo popolo, nonchè la missione affidata a Mosè) con elementi del Codice Elohista (raccolta di scritti che descrivono la rivelazione del nome divino Elohin).
Ebbene, il giudeo Filone di Alessandria agli albori del I secolo d.C. si occupa del passo biblico. Il filosofo, un ebreo osservante, da un lato venerava le Sacre Scritture ed in primo luogo Mosè, che egli pensava ispirato direttamente da Dio, dall'altro lato era ammiratore dei filosofi greci, in particolare di Pitagora e Platone. La sua convinzione era che la verità dei filosofi è la stessa che è contenuta nei libri della Torah ed a tale convinzione perveniva interpretando "miticamente" le dottrine ivi espresse ed adattando ad esse i concetti della filosofia.
Filone scrisse, fra l'altro, un "Commentario allegorico al Vecchio Testamento", costituito da più "Trattati", dove in quello intitolato "La fuga ed il Ritrovamento", al capitolo XXIX, par.161-165 (v. la traduzione italiana curata da Clara Kraus Reggiani in "Filone di Alessandria.L'uomo e Dio", Rusconi, Milano 1986), espone il racconto biblico.
Filone vede nel profeta Mosè, "l'uomo spinto dalla sete di apprendere le cause per cui si compiono nell'universo gli eventi più essenziali"; l'uomo che vuole conoscere la ragione delle cose, in particolare la ragione per la quale il roveto arde e non si consuma. Ma osserva che la impresa di Mosè "e' infruttuosa e senza sbocco". Ed allora interviene "la compassione e la provvidenza di Dio" che gli spiega che quella pretesa di conoscenza "è superiore alla potenza umana". Dio, infatti, ammonisce Mosè a non accostarsi, cioè a non avventurarsi in una ricerca simile perchè il luogo dove posa i piedi è terra sacra. Per Filone l'allegoria è evidente : il campo di indagine su cui Mosè vuole spingersi è relativo alla causalità delle cose e questo campo Dio l' ha riservato alle nature divine. "Mosè può ammirare le cose create, ma non deve affannarsi a conoscere le cause che ne determinarono la nascita e la morte perchè non può indagare sul Creatore dell'universo, chiedendosi chi sia questo Essere". Perciò, risultando vana la sua ricerca sull'essenza di Dio, Mosè si augura di apprendere da Dio stesso ciò che cerca. Epperò, "non fu in grado di appurare nulla", in quanto è detto "Tu vedrai le cose che stanno dietro di me, ma il mio volto certo non lo vedrai (Es., 33, 23). L'esegesi filoniana così conclude : "In effetti al saggio basta prendere conoscenza di ciò che si accompagna a Dio, che lo segue e che viene dopo di lui, mentre chi pretende di penetrare con la vista l'essenza sovrana rimarrà accecato dal fulgore dei raggi che la circondano prima ancora di vederla".
Bisogna dunque concordare con la Kraus Reggiani (v. "Sommario ragionato al trattato") che il fenomeno del roveto che brucia senza consumarsi e l'ingiunzione fatta da Dio a Mosè di non accostarvisi costituiscono per Filone il simbolo dei limiti posti alla ricerca dell'uomo sulla essenza divina. Dio, nella sua perfezione, è tale che è impossibile comprenderne la natura: Perfino l'uomo ispirato può comprendere che egli è ma non che cosa egli è.
A me pare, insomma, che Filone tragga dal racconto del roveto ardente l'esistenza di un preciso confine tra fede e ragione.All'uomo non resta che sperare nel congiungimento con Dio, una volta che si sarà liberato dai vincoli della sensibilità e del corpo, compresa la ragione, confidando che la grazia lo sollevi fino alla visione di Lui.
Diversa è l'interpretazione allegorica del medesimo brano da parte della tradizione liturgica cristiana. Ed infatti, quella più comune e costante si esprime in chiave cristologica e mariana : ravvisando nel fuoco il simbolo della divinità e nel roveto il simbolo della umanità, si è voluto vedere nella visione che Mosè ebbe dio Dio sul monte Oreb una prefigurazione dell' incarnazione di Cristo per mezzo della Madre di Dio : Maria, strumento e luogo dell'incarnazione non solo non fu annientata dal tremendo impatto con la divinità, ma conservò anche la sua verginità intatta. Così Esichio di Gerusalemme, un presbitero asceta vissuto nel V sec. d.C., autore di molte omelie pronunciate durante le feste della città, proclama : "A te...,o Vergine, i profeti dispensarono lodi ed ognuno ti ha chiamato portatrice di Dio...Uno ti disse Verga di Jesse; un altro ti paragonò al roveto che arde e non si consuma, alludendo tal modo alla carne dell'Unigenito ed alla vergine Madre di Dio".
Il Magistero cattolico torna spesso sul tema del roveto quale simbolo e nome di Maria. Nel Catechismo - redazione 1992 - è detto all' art. 724 : "In Maria lo Spirito Santo manifestò il Figlio del Padre divenuto Figlio della Vergine. Essa è il roveto ardente della teofania definitiva".Peraltro, la interpretazione mariana del roveto ardente trova un leggendario fondamento nel Monastero di Santa Caterina , edificato sulle colline del Sinai dall'imperatore Giustiniano che fortificò il più antico monastero fatto costruire dalla madre di Costantino in onore di Maria. Nello stesso luogo, a fianco di una cappella, detta appunto del "Roveto Ardente", situata poco lontano dal Santuario, vegeta un arbusto sempreverde identificato dal culto della località (Giovanni Paolo II la visitò nel 2000) con quello che arse e non si consunse alla presenza di Mosè.
Va ricordato che nella omelia pronunciata in occasione della Pentecoste del 2004 Giovanni Paolo II confermò il riconoscimento liturgico della interpretazione mariana del roveto ardente, auspicando la istituzione di Cenacoli che sotto lo stesso nome promuovessero la meditazione e la comprensione del mistero eucaristico.
Ma la chiave interpretativa a carattere gnoseologico, come introdotta da Filone di Alessandria, ricompare nel VII secolo nel pensiero di Massimo il Confessore, un teologo-filosofo, formatosi nell'ambiente monastico palestinese. Questi sostiene, nella sua opera principale "Ambigua", che il brano del roveto ardente rappresenta il momento centrale dell' Antico Testamento, perchè in esso si riconosce il segno del Soprannaturale che ispirò la Scrittura ed il luogo dove avviene la rivelazione di Dio. Tuttavia, a differenza di Filone, Massimo il Confessore coglie nella teofania del roveto tutti gli elementi essenziali della conoscenza umana e del credo cristiano, vale a dire : la luce di Dio che si manifesta nell' Angelo nella forma del fuoco; il mondo terreno simbolizzato dall'arbusto che brucia; l' uomo che vuol sapere la verità rappresentato da Mosè. Per il nostro questa è e sarà la realtà terrena sino alla fine : il luogo della trasfigurazione Dio e dello scambio che avviene tra il Dio rivelatosi e l'uomo (Dio si fa conoscere dall'uomo e gli promette il suo aiuto su questa terra; l'uomo lo riconosce come unico e vero Dio).
Anche il Cardinale Carlo Maria Martini nella interpretazione del testo in esame privilegia il tema della conoscenza (v. la "Seconda Meditazione" nel libro "Vita di Mosè.Vita di Gesù.Esistenza pasquale", Borla, 1984). Per il Cardinale, Mosè è l'uomo maturo che posto davanti al mistero (il roveto che brucia e non si consuma) vuole conoscere la verità.
Però, Martini fa dipendere il processo di conoscenza che si svolge nel roveto dall'iniziativa di Dio : è proprio Dio che fa ardere il roveto ed è Lui che chiama Mosè per ben due volte. Il teologo ne deduce che Dio si rivela agli uomini che assume meritevoli della grazia della fede, dopo che essi si sono purificati e rinnovati nell'intimo con l'umiltà della consapevolezza dei propri limiti (Dio impone a Mosè di togliersi i calzari e di non avvicinarsi perchè si trova in terra santa). E ne fa conseguire che la verità del mistero di Dio non si apprende con l'arroganza del sapiente, ossia con la ragione, a meno che la ragione non sia accompagnata dalla grazia della fede che solo Dio può elargire.
A sua volta, Papa Benedetto XVI nell'opera citata all'inizio di queste note ritiene che il "mito" di Esodo 3, 1 - 22 attiene alla teofania del vero Dio ebraico-cristiano : il Dio che si rivela a Mosè non appartiene al mondo politeistico dei tempi di Mosè e se deve rivelarsi con un nome questo nome non può essere come uno dei tanti allora conosciuti. "Dio nel senso vero e proprio non esiste nella pluralità. Dio è per sua natura uno solo". Perciò, quando Mosè chiede a Dio di rivelargli il suo nome la risposta di Dio è, per Benedetto XVI, insieme un rifiuto ed un assenso :"Io sono colui che sono", cioè io sono l'unico, vero Dio e non v'è bisogno di altri nomi. Una rivelazione questa che riceverà un inequivocabile ribadimento con l'incarnazione del Figlio, Gesù, il quale dimostrerà la sua identità con il Padre dichiarando ancor più drasticamente "Io sono" (Gv., 8,24) (v. "Gesù di Nazareth", pp. 172-173 e 397).
Inoltre, Benedetto XVI muove dalle parole della rivelazione di Dio a Mosè sul monte Oreb per sostenere che la conoscenza di Dio può nascere soltanto dall'incontro di fede e ragione. Nel discorso svolto all'Università di Ratisbona nel 2006 aveva infatti detto : "Già il nome misterioso che Dio dà di sè nel roveto ardente (YAWH) - un nome che distacca questo Dio dall'insieme delle divinità con molteplici nomi - affermando soltanto il suo ESSERE costituisce nei confronti del mito una contestazione che sta in analogia con il tentativo di Socrate di vincere e superare il mito stesso". In buona sostanza, Benedetto XVI è dell'avviso che presso il roveto ardente inizia quel processo di incontro tra fede biblica e pensiero filosofico.che porterà alla sintesi tra spirito critico greco e spirito ebraico-cristiano, cioè tra fede e ragione.
Con queste parole Papa Ratzinger conferma l'indirizzo della Chiesa cattolica tendente a dimostrare la continuità e la unità tra l'Antico ed il Nuovo Testamento sotto il profilo della Rivelazione progressiva del verbo di Dio (v. le Encicliche "Provvidentissimus Deus" di Leone XIII e "Divino Afflante Spiritu" di Pio XII, nonchè il documento del Concilio Vaticano II "Dei Verbum" e quello redatto sullo stesso tema dalla Pontificia Commissione Biblica nel 1993).
Come è noto, su tale indirizzo non mancano dissensi : anche alcuni studiosi cattolici dell'esegesi biblica ritengono la necessità di conservare un valore autonomo a tutti i momenti della Scrittura ebraica. Ad esempio, sostiene il teologo gesuita J.A. Fitzmayer che "L'antico Testamento non va interpretato come se fosse già orientato verso Cristo" (v. J.A. Fitzmayer, "Il documento della Commissione Biblica sulla interpretazione della Bibbia nella Chiesa", Pontificio Istituto Biblico, Roma,1984).
La questione della interpretazione delle scritture veterotestamentarie è sempre attuale, tant'è che essa costituisce oggi uno dei punti più difficili del dialogo ebraico-cristiano. Gli è che la interpretazione è avvenuta tramite vari metodi esegetici, fra cui quello letterale-storico, che fu utilizzato dai primi evangelisti (ma Giovanni e Paolo non disdegnarono la interpetrazione spirituale dei passi scritturistici quando il contesto lo richiese), e quello simbolico-allegorico della scuola alessandrina, sia ebraica, sia cristiana, il quale informò gran parte della patristica dal II al VII secolo d.C.
Ma qui non interessa portare il discorso sulla validità o meno dei vari canoni interpretativi della Bibbia, secondo la tradizione ebraica e cristiana. Interessa invece evidenziare come la ricerca del simbolismo, ritenuto racchiuso in alcuni passi del Vecchio Testamento, può condurre ad interpretazioni fin troppo in consonanza con la posizione teologica o filosofica dell'esegeta e, perciò, di non agevole condivisione. Giustamente è stato detto che "La interpretazione allegorica delle scritture che caratterizza l'esegesi patristica rischia di disorientare l'uomo moderno" (J.A.Fitzmayer, op. cit.).
Si prenda l'episodio del roveto ardente riportato in Esodo, 3, 1 - 22. Il brano riferisce della rivelazione che Dio fa di sè a Mosè sul Monte Oreb (altro nome del monte Sinai) e dell'alleanza che Dio stringe con lo stesso Mosè, cui promette di liberare il popolo di Israele dalla schiavitù del faraone egiziano. Un racconto che, evidentemente, combina elementi del Codice Jahvista della tradizione ebrea (raccolta di scritti che cantano la condotta di Dio chiamato YHWH in favore del suo popolo, nonchè la missione affidata a Mosè) con elementi del Codice Elohista (raccolta di scritti che descrivono la rivelazione del nome divino Elohin).
Ebbene, il giudeo Filone di Alessandria agli albori del I secolo d.C. si occupa del passo biblico. Il filosofo, un ebreo osservante, da un lato venerava le Sacre Scritture ed in primo luogo Mosè, che egli pensava ispirato direttamente da Dio, dall'altro lato era ammiratore dei filosofi greci, in particolare di Pitagora e Platone. La sua convinzione era che la verità dei filosofi è la stessa che è contenuta nei libri della Torah ed a tale convinzione perveniva interpretando "miticamente" le dottrine ivi espresse ed adattando ad esse i concetti della filosofia.
Filone scrisse, fra l'altro, un "Commentario allegorico al Vecchio Testamento", costituito da più "Trattati", dove in quello intitolato "La fuga ed il Ritrovamento", al capitolo XXIX, par.161-165 (v. la traduzione italiana curata da Clara Kraus Reggiani in "Filone di Alessandria.L'uomo e Dio", Rusconi, Milano 1986), espone il racconto biblico.
Filone vede nel profeta Mosè, "l'uomo spinto dalla sete di apprendere le cause per cui si compiono nell'universo gli eventi più essenziali"; l'uomo che vuole conoscere la ragione delle cose, in particolare la ragione per la quale il roveto arde e non si consuma. Ma osserva che la impresa di Mosè "e' infruttuosa e senza sbocco". Ed allora interviene "la compassione e la provvidenza di Dio" che gli spiega che quella pretesa di conoscenza "è superiore alla potenza umana". Dio, infatti, ammonisce Mosè a non accostarsi, cioè a non avventurarsi in una ricerca simile perchè il luogo dove posa i piedi è terra sacra. Per Filone l'allegoria è evidente : il campo di indagine su cui Mosè vuole spingersi è relativo alla causalità delle cose e questo campo Dio l' ha riservato alle nature divine. "Mosè può ammirare le cose create, ma non deve affannarsi a conoscere le cause che ne determinarono la nascita e la morte perchè non può indagare sul Creatore dell'universo, chiedendosi chi sia questo Essere". Perciò, risultando vana la sua ricerca sull'essenza di Dio, Mosè si augura di apprendere da Dio stesso ciò che cerca. Epperò, "non fu in grado di appurare nulla", in quanto è detto "Tu vedrai le cose che stanno dietro di me, ma il mio volto certo non lo vedrai (Es., 33, 23). L'esegesi filoniana così conclude : "In effetti al saggio basta prendere conoscenza di ciò che si accompagna a Dio, che lo segue e che viene dopo di lui, mentre chi pretende di penetrare con la vista l'essenza sovrana rimarrà accecato dal fulgore dei raggi che la circondano prima ancora di vederla".
Bisogna dunque concordare con la Kraus Reggiani (v. "Sommario ragionato al trattato") che il fenomeno del roveto che brucia senza consumarsi e l'ingiunzione fatta da Dio a Mosè di non accostarvisi costituiscono per Filone il simbolo dei limiti posti alla ricerca dell'uomo sulla essenza divina. Dio, nella sua perfezione, è tale che è impossibile comprenderne la natura: Perfino l'uomo ispirato può comprendere che egli è ma non che cosa egli è.
A me pare, insomma, che Filone tragga dal racconto del roveto ardente l'esistenza di un preciso confine tra fede e ragione.All'uomo non resta che sperare nel congiungimento con Dio, una volta che si sarà liberato dai vincoli della sensibilità e del corpo, compresa la ragione, confidando che la grazia lo sollevi fino alla visione di Lui.
Diversa è l'interpretazione allegorica del medesimo brano da parte della tradizione liturgica cristiana. Ed infatti, quella più comune e costante si esprime in chiave cristologica e mariana : ravvisando nel fuoco il simbolo della divinità e nel roveto il simbolo della umanità, si è voluto vedere nella visione che Mosè ebbe dio Dio sul monte Oreb una prefigurazione dell' incarnazione di Cristo per mezzo della Madre di Dio : Maria, strumento e luogo dell'incarnazione non solo non fu annientata dal tremendo impatto con la divinità, ma conservò anche la sua verginità intatta. Così Esichio di Gerusalemme, un presbitero asceta vissuto nel V sec. d.C., autore di molte omelie pronunciate durante le feste della città, proclama : "A te...,o Vergine, i profeti dispensarono lodi ed ognuno ti ha chiamato portatrice di Dio...Uno ti disse Verga di Jesse; un altro ti paragonò al roveto che arde e non si consuma, alludendo tal modo alla carne dell'Unigenito ed alla vergine Madre di Dio".
Il Magistero cattolico torna spesso sul tema del roveto quale simbolo e nome di Maria. Nel Catechismo - redazione 1992 - è detto all' art. 724 : "In Maria lo Spirito Santo manifestò il Figlio del Padre divenuto Figlio della Vergine. Essa è il roveto ardente della teofania definitiva".Peraltro, la interpretazione mariana del roveto ardente trova un leggendario fondamento nel Monastero di Santa Caterina , edificato sulle colline del Sinai dall'imperatore Giustiniano che fortificò il più antico monastero fatto costruire dalla madre di Costantino in onore di Maria. Nello stesso luogo, a fianco di una cappella, detta appunto del "Roveto Ardente", situata poco lontano dal Santuario, vegeta un arbusto sempreverde identificato dal culto della località (Giovanni Paolo II la visitò nel 2000) con quello che arse e non si consunse alla presenza di Mosè.
Va ricordato che nella omelia pronunciata in occasione della Pentecoste del 2004 Giovanni Paolo II confermò il riconoscimento liturgico della interpretazione mariana del roveto ardente, auspicando la istituzione di Cenacoli che sotto lo stesso nome promuovessero la meditazione e la comprensione del mistero eucaristico.
Ma la chiave interpretativa a carattere gnoseologico, come introdotta da Filone di Alessandria, ricompare nel VII secolo nel pensiero di Massimo il Confessore, un teologo-filosofo, formatosi nell'ambiente monastico palestinese. Questi sostiene, nella sua opera principale "Ambigua", che il brano del roveto ardente rappresenta il momento centrale dell' Antico Testamento, perchè in esso si riconosce il segno del Soprannaturale che ispirò la Scrittura ed il luogo dove avviene la rivelazione di Dio. Tuttavia, a differenza di Filone, Massimo il Confessore coglie nella teofania del roveto tutti gli elementi essenziali della conoscenza umana e del credo cristiano, vale a dire : la luce di Dio che si manifesta nell' Angelo nella forma del fuoco; il mondo terreno simbolizzato dall'arbusto che brucia; l' uomo che vuol sapere la verità rappresentato da Mosè. Per il nostro questa è e sarà la realtà terrena sino alla fine : il luogo della trasfigurazione Dio e dello scambio che avviene tra il Dio rivelatosi e l'uomo (Dio si fa conoscere dall'uomo e gli promette il suo aiuto su questa terra; l'uomo lo riconosce come unico e vero Dio).
Anche il Cardinale Carlo Maria Martini nella interpretazione del testo in esame privilegia il tema della conoscenza (v. la "Seconda Meditazione" nel libro "Vita di Mosè.Vita di Gesù.Esistenza pasquale", Borla, 1984). Per il Cardinale, Mosè è l'uomo maturo che posto davanti al mistero (il roveto che brucia e non si consuma) vuole conoscere la verità.
Però, Martini fa dipendere il processo di conoscenza che si svolge nel roveto dall'iniziativa di Dio : è proprio Dio che fa ardere il roveto ed è Lui che chiama Mosè per ben due volte. Il teologo ne deduce che Dio si rivela agli uomini che assume meritevoli della grazia della fede, dopo che essi si sono purificati e rinnovati nell'intimo con l'umiltà della consapevolezza dei propri limiti (Dio impone a Mosè di togliersi i calzari e di non avvicinarsi perchè si trova in terra santa). E ne fa conseguire che la verità del mistero di Dio non si apprende con l'arroganza del sapiente, ossia con la ragione, a meno che la ragione non sia accompagnata dalla grazia della fede che solo Dio può elargire.
A sua volta, Papa Benedetto XVI nell'opera citata all'inizio di queste note ritiene che il "mito" di Esodo 3, 1 - 22 attiene alla teofania del vero Dio ebraico-cristiano : il Dio che si rivela a Mosè non appartiene al mondo politeistico dei tempi di Mosè e se deve rivelarsi con un nome questo nome non può essere come uno dei tanti allora conosciuti. "Dio nel senso vero e proprio non esiste nella pluralità. Dio è per sua natura uno solo". Perciò, quando Mosè chiede a Dio di rivelargli il suo nome la risposta di Dio è, per Benedetto XVI, insieme un rifiuto ed un assenso :"Io sono colui che sono", cioè io sono l'unico, vero Dio e non v'è bisogno di altri nomi. Una rivelazione questa che riceverà un inequivocabile ribadimento con l'incarnazione del Figlio, Gesù, il quale dimostrerà la sua identità con il Padre dichiarando ancor più drasticamente "Io sono" (Gv., 8,24) (v. "Gesù di Nazareth", pp. 172-173 e 397).
Inoltre, Benedetto XVI muove dalle parole della rivelazione di Dio a Mosè sul monte Oreb per sostenere che la conoscenza di Dio può nascere soltanto dall'incontro di fede e ragione. Nel discorso svolto all'Università di Ratisbona nel 2006 aveva infatti detto : "Già il nome misterioso che Dio dà di sè nel roveto ardente (YAWH) - un nome che distacca questo Dio dall'insieme delle divinità con molteplici nomi - affermando soltanto il suo ESSERE costituisce nei confronti del mito una contestazione che sta in analogia con il tentativo di Socrate di vincere e superare il mito stesso". In buona sostanza, Benedetto XVI è dell'avviso che presso il roveto ardente inizia quel processo di incontro tra fede biblica e pensiero filosofico.che porterà alla sintesi tra spirito critico greco e spirito ebraico-cristiano, cioè tra fede e ragione.