IL LIBRO DI JIM HOLT
"PERCHE' IL MOMDO ESISTE"
Perché c’è qualcosa anziché il nulla? La domanda di Leibniz da cui muove Holt per sviluppare la sua indagine storica-scientifica-filosofica sul mistero dell’universo e dei mondi che lo popolano è fittiziaperché cerca risposte attenendosi a quella logica convenzionale di cui si è avvalso il pensiero occidentale per spiegare l’esistenza dell’ “essere”, cioè il suo “divenire”.
L’esistenza è argomento ontologico per eccellenza e si relaziona con quello dell’essere, ma in subordine, cioè come suo modo di manifestarsi e di fluire, ovvero come “farsi nel tempo”. In altri termini l’esistenza deriva dall’essere, non ha l’essere in proprio. Platone è stato il primo filosofo a delineare la distinzione tra essere ed esistenza. E Kant ci ha spiegato nella Critica della ragion pura che l’uomo pensa e conosce secondo fondamentali categorie dell’intelletto o intuizioni intellettuali, con le quali ordina e coordina i dati che acquisisce attraverso l’esperienza sensibile. Fra queste categorie primeggiano quelle di “tempo” e “spazio”, meri “postulati” o “apriori mentali”, ovvero utili finzioni o forme logiche che consentono il passaggio alla deduzione trascendentale; quindi, meri strumenti del pensiero, privi di ogni realtà ontologica, che usiamo per mettere a fuoco le complesse problematiche che la nostra mente e la nostra coscienza si pongono dinanzi al mistero della realtà.
Nel suo libro “La realtà non è come ci appare” Carlo Rovelli, il fisico teorico che insegna all’Università di Aix-Marsiglia, richiamando la meccanica quantistica e la teoria della relatività di Einstein, ci dimostra che lo spazio ed il tempo non sono dimensioni reali dell’essere.
Allora è evidente che al di fuori di queste categorie intellettuali non v’è necessità di parlare di “inizio”, “fine”, “contingenza”, “eternità”, “causa”, “esistenza” e “nulla” e di indagare sul loro significato. Se, infatti, l’idea dell’ Essere è pensata senza ricorrere alle categorie di “spazio” e di “tempo”, se cioè è pensata “senza luogo” e “senza tempo” allora quel “nulla” e quel “qualcosa” non hanno più senso logico e ragione di contrapporsi. Ed anche l’affermazione dell’ateo “Il mondo esiste e basta” (cfr. Holt, cap I, pag. 13) appare inficiata da sovrabbondanza concettuale, perché dell’universo non si può dire “esiste e basta”, ma deve dirsi “è e basta”, cioè è puro “essere”, senza dimensione spaziale o temporale.
D’altra parte lo stesso Holt nell’epilogo del suo libro sembra condividere le tesi del monaco buddista, secondo il quale l’universo non è altro che une vacuitè, un “sogno”, un’ “illusione”.
È possibile pensare l’universo al di fuori delle categorie logiche di spazio e di tempo di cui l’uomo si serve per ordinare i dati della sua esperienza sensibile? È possibile concepire l’universo come un “essere infinito”, cioè senza limiti spaziali e temporali?
Dice Holt (cfr. cap. 2, pag. 27) che ci sono culture primitive che non possiedono un mito della creazione e che ritengono che il mondo “è sempre stato così”.
Così, come? Se quelle culture non potevano rispondere, noi, oggi, alla luce dei progressi fatti dalla cosmologia, rispondiamo: “Come pura materia dotata di una propria energia oscura che la fa attraversare stadi di contrazione o di espansione più o meno accelerata”. Vale a dire che “L’universo c’è da sempre ed è tutto qui”, come hanno sostenuto Bertrando Russell e, prima di lui, gli scienziati dell’età moderna (Copernico, Galileo, Newton) (cfr. Holt, cap. 2°, pag. 34). Ovviamente, questo contrarsi ed espandersi non è un divenire nello spazio e nel tempo, ma è solo un movimento: l’unico ed il solo essere infinito, l’ “universo”, in forza del suo intrinseco dinamismo è da sempre una materia in movimento dentro se stesso perché illimitato e perchè non ha avuto mai inizio e non avrà mai fine.
Come recita il postulato di Lavoisier alla legge fisica della conservazione della massa, “Nulla si crea, nulla si distrugge , tutto si trasforma”. Appunto: si può pensare all’universo come ad una massa in eterna evoluzione conservatrice. Si può credere che gli studi astrofisici dimostreranno che l’universo che riusciamo oggi ad osservare è solo una parte, una singolarità di questa massa illimitata ed infinita nel tempo e che il “Bin-Bang” è stato la manifestazione cosmica di un suo momento di espansione: altri Bing-Bang hanno interessato quelle parti dell’universo non ancora osservabili ed altri ne succederanno D’altra parte per la maggioranza degli scienziati (Galileo, Newton. Einstein) non è stato mai un problema concepire un universo illimitato ed infinito. Ed occorre ricordare l’ “àpeiron” illimitato ed infinito del filosofo presocratico Anassimandro?
In fisica moderna l’ “universo plurimo” o il “multiverso” è un'ipotesi scientifica che vuole l'esistenza di un insieme di universi coesistenti e alternativi al di fuori del nostro universo o spazio-tempo, spesso denominati “dimensioni parallele”, che nasce come possibile conseguenza di alcune teorie scientifiche, fra le quali quella meccanico-quantistica di Hugh Everet III.
Per altro, lo stesso Holt ci informa (cfr. cap. 5°, pag. 103) che negli anni quaranta del secolo scorso alcuni astronomi hanno teorizzato l’ “Universo a Stato Stazionario” , un modello di universo che riusciva ad essere sia in espansione sia eterno, ossia un modello in cui, nonostante l’espansione, la densità della materia rimane costante, quindi un universo senza inizio e senza fine. E poi ci parla del ricercatore fisico David Deutsch, il “mago del multiverso” (cfr. cap. 7), il quale, convinto di poter svelare l’essenza della realtà, afferma che “le strutture fisiche come le costellazioni ed i grappoli di galassie variano in maniera casuale da un universo all’altro” (pag. 149).
In particolare, Holt si sofferma sulla teoria del “multiverso” nell’ “Intermezzo” posto dopo il capitolo 9 del libro e non appare che in base alle testimonianze scientifiche che riporta se ne possa escludere l’essere.
“Ex nihilo, nihilo fit”, “Dal nulla, nulla può nascere” (cfr. Holt, cap. 3, pag. 56). Ma le elucubrazioni filosofiche antiche, moderne e post-moderne sul “nulla” appartengono a quel ramo della filosofia che indaga sull’essere in sé, sull’esistenza di Dio, sull’immortalità dell’anima e su altre simili quiddità metafisiche che hanno ostacolato il cammino della scienza (cfr. Nietzsche: “Umano, troppo umano”). Occorre ricordare ciò che dicono i neopositivisti (Schlick, Carnap, Ayer) sulla non verificabilità e sul non senso delle questioni metafisiche?
Il nulla cosmologico non è ipotizzabile perché non v’è stato un “prima” che abbia preceduto l’universo e non vi sarà un “dopo” che lo seguirà; e tutti gli organismi, viventi e non, che ne costituiscono l’insieme sono soggetti allo stesso processo evoluzionistico di trasforrmazione.
Giustamente Grünbrum, il filosofo ebreo che Holt chiama il “grande obiettore”, (cfr. cap. 4), dice che “l’esistenza del mondo non è un fatto stupefacente” (pag. 83), nel senso che la domanda leibniziana “perché esiste qualcosa, anziché il nulla” ha una radice esclusivamente teologica. Essa, infatti, affonda nell’ “assioma della dipendenza ontologica del mondo da Dio”, per sostenere il quale bisogna credere in quel “nulla” preesistente alla creazione divina (pag. 84). Secondo il filosofo obiettore di Holt “la credenza del nulla implica un processo che avviene nel tempo”, laddove l’esistenza di un “tempo prima” alla nascita dell’universo è un errore concettuale dovuto al bisogno dei teisti di colmare la lacuna tra la sua esistenza e l’esistenza di Dio (pag. 89).
Riferisce Holt che la tesi del “nulla prima” è teologicamente esposta da Richard Swinburne, filosofo della religione, (cfr. cap. 5 e 6) il quale sostiene che l’esistenza dell’universo si spiega con l’ipotesi più semplice e più probabile, cioè con l’esistenza di un Dio crreatore. Secondo Swinburne anche l’ipotesi che “l’universo c’è e che potrebbe non esserci stato” è credibile perché semplice e probabile. Pur tuttavia egli ammette che in base agli stessi principi di semplicità e probabilità può considerarsi vera la tesi opposta, quella di un universo esistente come “fatto bruto”, ossia di un universo necessario, nel senso che la sua esistenza non dipende da niente altro.
Per l’umanista laico e biologo evoluzionista Julian Huxley la domanda “Perché c’è qualcosa anziché il nulla” sarebbe troppo vasta per la scienza , per cui essa sarebbe incapace di dare una risposta. Gli scienziati saprebbero descrivere l’organizzazione dell’universo concreto, ma non sarebbero in grado di indagare sull’origine prima della realtà (cfr. cap. 8, pag. 169). Sul punto Holt si ripete e si dà un gra da fare per esporre le numerose teorie astrofisiche tendenti a dimostrare un “nulla” o un “vuoto” alla base dell’origine della realtà universale. A chi crede che ciò che chiamiamo universo “è sempre stato” e che, di conseguenza, non è venuto mai ad esistere, queste teorie appartengono alla fantascienza e non alla scienza . E gli sembra inutile restare in attesa di quella “teoria finale” di cui parla Holt nel capitolo 9, citando il fisico statunitense Stefen Weinberg. Non c’è alcuna necessità di spiegare le “condizioni iniziali” dell’universo (o del multiverso) perché esso “è stato sempre così”, come rispondevano i Pirahà amazzonici agli antropologi che li interrogavano riguardo a cosa ci fosse prima del mondo (cfr. cap. 2, pag. 27). Eppure, essi non sapevano che oggi i matematici platonisti credono in una sorta di paradiso – non quello degli angeli e dei santi – abitato da entità perfette e atemporali (sfere a n dimensioni, numeri infiniti, la radice quadrata di -1, ecc.); e che questo paradiso matematico somiglia al regno trascendente, eterno ed immutabile di Platone (cfr. cap. 10). Pertanto la realtà universale è un’unità armonica priva di temporalità e di collocazione spaziale.
Il cosmologo John Leslie, citato da Holt nel capitolo 11°, risalendo a Platone, sostiene che l’esistenza dell’universo deriva dalla necessità del Bene, ovvero dalla necessità etica del suo esistere. per cui la sua essenza dev’essere mentale, dev’essere fatta di mente e coscienza. Ne discende che l’universo con le sue centinaia di miliardi di galassie è soltanto il prodotto contemplativo di una mente infinita. E se si obietta che fra gli infiniti universi, ve n’è qualcuno, come il nostro, che non è fatto solo di bene, ma anche di quel male che la mente infinita, mossa dalla necessità del Bene, non avrebbe dovuto volere, Leslie ribatte che, come in un museo di opere d’arte la presenza di un opera di valore superiore è esaltata dalla presenza di opere di valore inferiore, purchè non assolutamente prive di valore, così la mente infinita migliore è quella che contempla tutti gli schemi cosmioci di valore positivo, dal migliore mondo possibile in giù, fino a mondi di qualità diverse , in cui il bene supera il male di un soffio .
Commento: scienza o mitologia cosmica?
Dereck Parfit, il filosofo inglese citato da Holt nel capitolo 12°, nel suo saggio “Perché qualcosa? Perché questo?” espone un metodo particolare per riflettere sul mondo: passare dal come il mondo si presenta al perché della sua esistenza. Egli, infatti, dice che le possibilità cosmiche sono gli infiniti modi in cui la realtà nella sua interezza può manifestarsi e che le possibilità locali sono i modi in cui una parte della realtà o mondo locale si può manifestare. La gamma di tutte le possibilità cosmiche rappresenta la gamma di tutti i modi in cui la realtà potrebbe essersi manifestata , fra cui il nulla assoluto, ovvero la possibilità vuota. Allora quale possibilità prevale e perché?
Quella più semplice: che tutti i mondi possibili esistono. Se esistesse soltanto il nostro, il perché della sua solo esistenza non sarebbe spiegabile , a meno che non si volesse ammettre un Selettore di tutte le possibilità.
Ciò che rileva è che per Parfit il nulla è logicamente coerente con le possibilità cosmiche nel loro insieme e nella forma della possbilità vuota, ma non anche con una possibilità locale, cioè con un mondo d’essere. Il nulla non è una possibilità locale, non può essere uno dei tanti mondi; l’unica realtà coerente con il nulla è la realtà che consiste in nessun mondo.
Nell’Intermezzo epistolare al capitolo 12° Holt scrive a Parfit presentandogli una sua spiecazione al giallo Perché c’e qualcosa anziché il nulla. E parte da due presupposti: 1) Ad ogni verità corrisponde una spiegazione (principio di Ragion Sufficiente leibniziano); 2) nessuna verità si spiega da sé (generalizzazione dell’idea che nessun Selettore può scegliersi da sé o pincipio di Fondatezza), per dimostrare che la realtà si manifesta senza caratteristiche speciali, in una genericità infinita contenente , per necessità, un gran nunero di regioni isolate, queste sì dotate di una o più caratteristiche speciali (pagg. 288-289). Ma poi non può fare a meno di revocare in dubbio tutta la sua costruzione ontologica, ipotizzando la scoperta empirica di una realtà non generica o di un Dio che si manifestasse come origine di tutto l’essere: in questi casi infatti i presupposti-principi di Ragion Sufficiente e di Fondatezza se ne andrebbero a pallino. Holt continua a non prendere partito ( pag. 290).
Nella sua costante ricerca dell’esistente in contrapposizione al nulla, nel capitolo 13° Holt ci mette davanti alla filosofia spicciola di John Updike, scrittore statunitense anche di romanzi a tematica erotica e matrimoniale. E ci fa conoscere di questo scrittore l’orrore che prova per l’idea del “non essere”, cioè del nulla o del vuoto, ed un suo “motto di spirito” con cui spiega che l’universo deve la sua esistenza ad un momento di stanchezza spirituale di Dio: Dio avrebbe generato il mondo per noia. Forse, Holt avrebbe dovuto fare a meno di esporre il pensiero di Updike a proposito del “Perché c’è qualcosa anziché il nulla?”.
Eliminato l’impossibile, ciò che rimane, per quanto improbabile, è quel qualcosa che garantisce l’esistenza di una realtà non vuota Questa la risposa che Holt pensa di poter dare a quel “perchè”(cfr. cap. 14). Una realtà che si manifesta in un’infinita mediocrità, siccome equidistante sia dalla pienezza totale sia dal nulla assoluto. Ma se il mondo è infinitamente lontano dalla completezza ontologica, come IO ne faccioo parte, come ci sono entrato? E per dare risposta a quest’alri interrogativi Holt passa in rassegna un gran numero di teorie filosofiche e mistiche sull’ esistenza e sulla natura dell’ IO nel mondo e sul suo scopo, per rilevare che la nascita del mio IO è un fatto contingente e accidentale dovuto all’incontro dei miei genitori ed ad un rapporto sessuale tra di loro, di cui ho preso coscienza con l’atto stesso del pensarmi, e per concludere che al mio improbabile ed improvviso risveglio dalla notte dell’incoscienza seguirà il prossimo ed inevitabile ritorno a quella notte, nell’assoluta indifferenza del mondo.
Holt si pone anche il problema della morte, sapendo che se la nascita è accidentale, la morte è una necessità (cfr. cap. 15°).
La morte è un ritorno al nulla? L’argomento è sempre attuale.
Per Holt è difficile immaginare la propria morte. Per Goethe è assolutamente impossibile che un essere pensante pensi al termine del suo pensare. Per Freud è inpossibile concepire la propria morte. Di contro, Lucrezio nel “De rerum natura” dice che immaginare di non esistere più dopo la morte non è più difficile di immaginare di non essere esistiti prima di nascere. Allo stesso modo Hume dice che la non esistenza postuma è più spaventosa della non esistenza prenatale. Socrate bevve la cicuta senza temere la morte perché essa consiste in un lungo sonno senza sogni (l’annientamento totale) o in una migrazione dell’anima da un luogo all’altro. Secondo Nagel non è l’idea del nulla eterno in quanto tale a rendere terribile la morte, ma è la prospettiva di perdere per sempre il bello e il buono della vita. Wollheim è convinto che la morte sia una disgrazia anche quando la vita è assolutamente priva di piacere. Miguel de Unamuno sostiene che è preferibile vivere nel dolore che cessare di esistere nella pace.
Come immaginare il nulla che segue la morte e che ci terrorizza?
Per Johnston è lo svanire del mio mondo cosciente, la fine del tempo soggettivo, lo spegnersi dell’identità. Il terrore di questa prospettiva nasce dal fatto che essa ci svela che noi non siamo la sorgente della realtà che abitiamo. Nagel la pensa nello stesso modo: dall’interno la mia esistenza sembra un universo di possibilità che si regge da sé, autosufficiente per continuare ad esistere. La certezza della morte rimuove quest’idea.
Più ottimisticamente Parfit dice che la morte non farà altro che interrompere certe continuità psicologiche e fisiche, ma ne lascerà altre intatte. Più pessimisticamente Schopenahauer sostiene che l’individuo si risveglia alla vita dalla notte dell’incoscienza in un mondo infinito e senza confini, in mezzo a tanti altri individui che lottano, soffrono ed errano, e ritorna in tutta fretta attraverso un sogno tormentato all’incoscienza che fu.