E, pensando pensando, mi sovviene il ricordo di un vecchio saggio di Alberto Moravia intitolato " La Speranza ossia il Cristianesimo e il Comunismo" e me lo vado a rileggere (Alberto Moravia, Impegno controvoglia, Bompiani, 2008). Ne riassumo il pensiero.
Moravia muove dalla premessa che la speranza è la molla della vita degli uomini : senza la speranza di legare i suoi progetti, le sue azioni, le sue opere, insomma la sua vita a quella delle future infinite generazioni, l'uomo non riesce a vincere tutte le costrizioni del presente, fra cui il pensiero della morte. La disperazione dell'uomo nasce dalla visione di un futuro senza speranza, ovvero di un futuro privo di immortalità.
Moravia ci dice che il Cristianesimo, ponendo l'attesa del Regno di Dio, ha dato un particolare fondamento alla speranza degli uomini. Prima di Cristo gli uomini avevano creduto e si erano acquietati nei miti delle religioni pagane. Quando queste decaddero e quando inaridirono anche le certezze che erano state riposte nella saggezza del pensiero filosofico, l'uomo uscì dalla disperazione raccogliendo il messaggio di Gesù.
La speranza cristiana apparve dapprima come la conclusione finale, necessaria e giusta della vita terrena, non meritevole di essere vissuta : la fine del mondo creduta, desiderata e prospettata imminente all'orizzonte dell'Apocalisse rappresentava il viatico vero per una vita migliore. Per vincere la morte che insidiava la vita terrena il Cristianesimo non trovò di meglio che abbandonare quella vita stessa in favore di una vita ultraterrena. Secondo Moravia, a fronte della disperazione dell'umanità, afflitta dall'esigenza insoddisfatta di uguaglianza e fratellanza spirituale (in quel mondo non esisteva nè carità nè amore per il prossimo; in quel mondo, accanto ai pochi cittadini liberi, potenti e benestanti, v'era una moltitudine di schiavi e di apolidi, privi di diritti e di risorse proprie) il Cristianesimo non riuscì a proporre una speranza terrena e concreta. La promessa cristiana fu quella di una libertà e di una felicità tutta spirituale, ultramondana : la libertà e la felicità dell'anima da realizzare nella dimensione celeste. Di conseguenza, l'uomo poteva lasciare a Cesare il dominio del mondo di qua, oramai svalutato e disprezzato.
Tuttavia, nel corso dei secoli anche la mitica ed esoterica speranza cristiana si è andata lentamente dissolvendo. Moravia attribuisce il suo dissolvimento al fatto che quando il Cristianesimo come guida morale aveva raggiunto il suo trionfo, gli uomini si accorsero che, se dalla servitù del bisogno economico in terra non potevano salvarlo i suoi dogmi ed i suoi riti, un'altra dottrina prometteva questa liberazione : quella formulata dal profeta Marx.
Lo scrittore prende in esame la teoria del "materialismo storico" avanzata dai confutatori del Comunismo, cioè quel far dipendere tutti i valori dell'umanità dal bruto ed inerte fatto economico, con la conseguente distruzione di ogni principio di libertà e di ogni attività spirituale, come la morale, l'arte, il diritto, ridotti a rango di sovrastrutture. Ma ai detrattori del Comunismo egli oppone che Engels, Marx ed i loro epigoni riconoscono al fatto economico una preminenza soltanto temporanea, in quanto esso rappresenta il problema più urgente, il problema per eccellenza, risolto il quale la risoluzione di tutti gli altri verranno dietro : i valori della libertà, dello spirito, della morale, dell'arte e del diritto spunteranno alla fine della dittatura del proletariato che fa appunto da congiunzione tra il momento della necessità ed il momento del riscatto totale degli uomini. In effetti, Marx avrebbe intuito i forti legami che passano tra il fatto economico e tutti gli altri valori umani; in sostanza, avrebbe intuito che il fatto economico è anche un fatto sociale e che il fatto sociale affonda le sue radici profonde nell'uomo. Oppone, altresì, che l'idea comunista non può essere svalutata dalle sue applicazioni pratiche. Come per il Cristianesimo ciò che conta è la predicazione morale e spirituale di Cristo, non già tutto quello che è stato aggiunto dopo dalla Chiesa (santi, riti, miracoli), così per il Comunismo ciò che conta è la promessa della libertà dal bisogno economico, non già tutto quello che la pratica e l'affermazione dell'idea hanno prodotto. Insomma, la materia del Comunismo, al pari del Cristianesimo, è l'uomo e la sua salvezza : per il Comunismo la salvezza dal bisogno economico, per il Cristianesimo la salvezza dal peccato originale.
Per liberare l'uomo dalla disperazione del peccato originale il Cristianesimo aveva proposto il sacrificio del Cristo ed il finale trionfo della Città di Dio. Per liberare l'uomo dalla servitù del bisogno economico il Comunismo propone la rivoluzione degli oppressi dal capitale ed il finale trionfo della Città terrena. Entrambi, per realizzare i rispettivi scopi, fanno appello non già all'intelligenza ed alla razionalità, ma ai più nobili istinti dell'uomo, attraverso i quali egli può abbandonare ogni egoismo personale, nazionale o classista a favore dell'umanità tutta. Il Cristianesimo chiede la rinuncia ai beni della terra a favore di Dio, assicurando, come premio, la partecipazione alla Città celeste; il Comunismo chiede all'individuo l'abbandono degli stessi beni a favore dei consociati, assicurando, come premio, la partecipazione ugualitaria alla Città terrena.
L'avvento della Città di Dio e l'avvento della Città terrena costituiscono la speranza infusa dalle due dottrine. E che queste speranze possano sembrare utopiche, cioè non suscettibili di realizzazione, non ha importanza, perchè, secondo Moravia, non è importante l'avvento in sè; è invece importante la speranza che la promessa dell'avvento suscita in noi.
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In effetti, Moravia sostiene che l'apprezzamento di un' ideologia - intesa come complesso di idee dottrinali che caratterizzano un orientamento sociale, politico o etico, vuoi laico che religioso - deve prescindere dalla considerazione delle sue applicazioni e realizzazioni pratiche. Condivido il principio e non mi pare ad essere solo in questa condivisione. Ad esempio, la validità del precetto che impone la castità ai pastori di Cristo non mi sembra che risulti compromessa dal comportamento dei preti fornicatori che, peraltro, la Chiesa si guarda bene dall'espellere dalla istituzione sacerdotale.
Come nasce l'ideologia comunista?
Platone nella "Repubblica" (416d-417b) afferma che uno Stato è perfetto e giusto se in esso vengono create le condizioni che permettono la comunione dei beni disponibili.
Gesù proclama l'eguaglianza degli uomini davanti a Dio (Gv 3:16; Mt 23:8-12) ed è tenero con i poveri (Lc 6:20-21), severo con i ricchi (Lc 6:24-25; Mt 19:24). Anche il Cristianesimo delle origini riafferma l'eguaglianza delle genti senza distinzioni di classe (At 10:34; 17:26).
S. Ambrogio sostiene che la proprietà privata è un prestito revocabile di beni terreni fatta dalla collettività ai singoli ("Esameron", VIII, 15, 51).
S. Benedetto proibisce ai monaci di possedere beni propri ed impone alla comunità monastica di assicurare il necessario a chi non è più in grado di lavorare per procacciarselo ("Regula", XXXIII-XXXIV).
Thomas More ("L'utopia") e Tommaso Campanella ("La città del sole") descrissero società ideali ad economia comunitaria.
L'Illuminismo ( Rousseau, Voltair) rinnova e coltiva il concetto di uguaglianza. In particolare, Jean Meslier ("I testamenti") scrive che i beni e le ricchezze della terra dovrebbero essere in possesso di tutti ed in parti uguali. Etienne Gabriel Morelly espone in "La Basiliade" una visione religiosa del comunismo basata sul fatto che Dio ha dato leggi di natura perfette e buone e che basta combattere l'egoismo individualistico e rifarsi a Dio per ottenere comunione ed uguaglianza fra tutti gli uomini.
Più organicamente Karl Marx ("Il capitale: critica dell'economia politica") si accorge che le condizioni e le caratteristiche della vita materiale incidono inevitabilmente sugli altri aspetti della vita sociale; soprattutto che nei sistemi moderni di produzione capitalistica tutti gli uomini, sebbene uguali di fronte alla legge, sono discriminati sotto il prfilo economico. Questo perchè la concentrazione della proprietà dei mezzi di produzione nelle mani di pochi costringe gli operai a procacciarsi i mezzi di sopravvivenza vendendo il loro lavoro come una merce al di sotto del suo valore effettivo. In ciò consiste, secondo Marx, lo "sfruttamento dei lavoratori", un fenomeno sociale dovuto al fatto che la produzione dei beni gestita dalla "classe borghese", formata dai capitalisti, ossia dai "padroni" dei mezzi di produzione, è finalizzata esclusivamente al "profitto" ed all'accumulazione della ricchezza che ne deriva. Di qui il famoso aforisma "La proprietà privata è un furto" che Marx eredita da Proudon: è un furto perchè proviene dallo sfruttamento del lavoro dei più deboli e ne è il compendio.
Nel "Manifesto del partito comunista", scritto con Friedrich Engels, Marx profetizza che le classi lavoratrici di tutto il mondo si sarebbero unite ed avrebbero rovesciato i sistemi capitalistici, determinando così, dopo un periodo di transizione, denominato "Dittatura del proletariato", il passaggio della proprietà privata nelle mani della comunità sociale. In virtù di
questo passaggio le società non sarebbero state più divise in classi e gli individui avrebbero trovato la loro piena realizzazione.
Tralasciando le variazioni e le diverse espressioni socio-politiche che hanno caratterizzato nel XX secolo lo sviluppo delle idee di Marx, mi piace annotare che ancor oggi Costanzo Preve nel suo "Elogio del comunitarismo", dove ragiona da filosofo della storia, riconosce che Marx recepisce il pensiero di Aristotele, che concepiva l'uomo come "essere sociale", e di Hegel, che ne faceva il "prodotto di un'etica comunitaria", e li traduce nel suo "Comunismo", una sorta di massima forma di comunitarismo, ovvero una realtà in cui socialità ed etica, essere e dover essere, finalmente convergono.
Allora, opina bene Moravia: il Comunismo è paragonabile ad una religione con il culto dell'egualitarismo e della pari dignità degli uomini, meglio ancora con il culto di una grande promessa di salvezza e di una grande speranza, forse ancora più grandi della salvezza e della speranza predicate dal Cristianesimo. Ed infatti, quelle del Cristianesimo possono interessare soltanto l'anima e la sua vita ultraterrena e, quindi, sono intrinsicamente di problematica credibilità, mentre quelle del Comunismo interessano la parte di noi che sicuramente esiste e si proiettano attendibilmente nel concreto della vita terrena. L'idea di una società in cui a ciascuno è assicurato il giusto benessere tramite l'equa redistribuzione dei beni materiali che essa è capace di produrre è un valore essenziale nella coscienza dell'uomo. Nè il solidarismo propugnato dalla Chiesa cattolica può supplire a questa idea, perchè la "solidarietà" si esplica sempre in un atto di carità che non salva la dignità del povero, mentre la messa in comunione dei beni prodotti libera veramente dal bisogno economico ed esclude la condizione di povertà.
Oggi, si sente dire che l'esperiena marxista dell' URSS costituisce la prova che la realizzazione di un'economia sociale su base comunista è mera utopia. Sbagliatto. In Russia non è fallita l'ideologia comunista, bensì una forma di "socialismo reale" male attuato, male gestito, degenerato, ad opera di un'ottusa dirigenza politica, nel totalitarismo militare. Altrove (Cina Corea del Nord, Cuba Laos, Vietnam) 1 miliardo e 500 milioni circa di persone continuano a vivere un socialismo reale fecondo di risultati e di consenso sociale. E se in alcuni di quei paesi c'è povertà, è povertà di tutti, perciò non discrimina e non ferisce la dignità del singolo.
Gesù proclama l'eguaglianza degli uomini davanti a Dio (Gv 3:16; Mt 23:8-12) ed è tenero con i poveri (Lc 6:20-21), severo con i ricchi (Lc 6:24-25; Mt 19:24). Anche il Cristianesimo delle origini riafferma l'eguaglianza delle genti senza distinzioni di classe (At 10:34; 17:26).
S. Ambrogio sostiene che la proprietà privata è un prestito revocabile di beni terreni fatta dalla collettività ai singoli ("Esameron", VIII, 15, 51).
S. Benedetto proibisce ai monaci di possedere beni propri ed impone alla comunità monastica di assicurare il necessario a chi non è più in grado di lavorare per procacciarselo ("Regula", XXXIII-XXXIV).
Thomas More ("L'utopia") e Tommaso Campanella ("La città del sole") descrissero società ideali ad economia comunitaria.
L'Illuminismo ( Rousseau, Voltair) rinnova e coltiva il concetto di uguaglianza. In particolare, Jean Meslier ("I testamenti") scrive che i beni e le ricchezze della terra dovrebbero essere in possesso di tutti ed in parti uguali. Etienne Gabriel Morelly espone in "La Basiliade" una visione religiosa del comunismo basata sul fatto che Dio ha dato leggi di natura perfette e buone e che basta combattere l'egoismo individualistico e rifarsi a Dio per ottenere comunione ed uguaglianza fra tutti gli uomini.
Più organicamente Karl Marx ("Il capitale: critica dell'economia politica") si accorge che le condizioni e le caratteristiche della vita materiale incidono inevitabilmente sugli altri aspetti della vita sociale; soprattutto che nei sistemi moderni di produzione capitalistica tutti gli uomini, sebbene uguali di fronte alla legge, sono discriminati sotto il prfilo economico. Questo perchè la concentrazione della proprietà dei mezzi di produzione nelle mani di pochi costringe gli operai a procacciarsi i mezzi di sopravvivenza vendendo il loro lavoro come una merce al di sotto del suo valore effettivo. In ciò consiste, secondo Marx, lo "sfruttamento dei lavoratori", un fenomeno sociale dovuto al fatto che la produzione dei beni gestita dalla "classe borghese", formata dai capitalisti, ossia dai "padroni" dei mezzi di produzione, è finalizzata esclusivamente al "profitto" ed all'accumulazione della ricchezza che ne deriva. Di qui il famoso aforisma "La proprietà privata è un furto" che Marx eredita da Proudon: è un furto perchè proviene dallo sfruttamento del lavoro dei più deboli e ne è il compendio.
Nel "Manifesto del partito comunista", scritto con Friedrich Engels, Marx profetizza che le classi lavoratrici di tutto il mondo si sarebbero unite ed avrebbero rovesciato i sistemi capitalistici, determinando così, dopo un periodo di transizione, denominato "Dittatura del proletariato", il passaggio della proprietà privata nelle mani della comunità sociale. In virtù di
questo passaggio le società non sarebbero state più divise in classi e gli individui avrebbero trovato la loro piena realizzazione.
Tralasciando le variazioni e le diverse espressioni socio-politiche che hanno caratterizzato nel XX secolo lo sviluppo delle idee di Marx, mi piace annotare che ancor oggi Costanzo Preve nel suo "Elogio del comunitarismo", dove ragiona da filosofo della storia, riconosce che Marx recepisce il pensiero di Aristotele, che concepiva l'uomo come "essere sociale", e di Hegel, che ne faceva il "prodotto di un'etica comunitaria", e li traduce nel suo "Comunismo", una sorta di massima forma di comunitarismo, ovvero una realtà in cui socialità ed etica, essere e dover essere, finalmente convergono.
Allora, opina bene Moravia: il Comunismo è paragonabile ad una religione con il culto dell'egualitarismo e della pari dignità degli uomini, meglio ancora con il culto di una grande promessa di salvezza e di una grande speranza, forse ancora più grandi della salvezza e della speranza predicate dal Cristianesimo. Ed infatti, quelle del Cristianesimo possono interessare soltanto l'anima e la sua vita ultraterrena e, quindi, sono intrinsicamente di problematica credibilità, mentre quelle del Comunismo interessano la parte di noi che sicuramente esiste e si proiettano attendibilmente nel concreto della vita terrena. L'idea di una società in cui a ciascuno è assicurato il giusto benessere tramite l'equa redistribuzione dei beni materiali che essa è capace di produrre è un valore essenziale nella coscienza dell'uomo. Nè il solidarismo propugnato dalla Chiesa cattolica può supplire a questa idea, perchè la "solidarietà" si esplica sempre in un atto di carità che non salva la dignità del povero, mentre la messa in comunione dei beni prodotti libera veramente dal bisogno economico ed esclude la condizione di povertà.
Oggi, si sente dire che l'esperiena marxista dell' URSS costituisce la prova che la realizzazione di un'economia sociale su base comunista è mera utopia. Sbagliatto. In Russia non è fallita l'ideologia comunista, bensì una forma di "socialismo reale" male attuato, male gestito, degenerato, ad opera di un'ottusa dirigenza politica, nel totalitarismo militare. Altrove (Cina Corea del Nord, Cuba Laos, Vietnam) 1 miliardo e 500 milioni circa di persone continuano a vivere un socialismo reale fecondo di risultati e di consenso sociale. E se in alcuni di quei paesi c'è povertà, è povertà di tutti, perciò non discrimina e non ferisce la dignità del singolo.
