venerdì 30 marzo 2012

NOSTALGIE MARXISTE

Mi angoscia il pensiero che il ceto medio italiano si stia avvicinando alla soglia della povertà. Nello stesso tempo mi irrita il pensiero che in Italia il ceto ricco è tanto ricco da impiparsene della crisi. Dice bene quel tale : che gli fa al ricco la crisi?
E, pensando pensando, mi sovviene il ricordo di un vecchio saggio di Alberto Moravia intitolato " La Speranza ossia il Cristianesimo e il Comunismo" e me lo vado a rileggere (Alberto Moravia, Impegno controvoglia, Bompiani, 2008). Ne riassumo il pensiero.
Moravia muove dalla premessa che la speranza è la molla della vita degli uomini : senza la speranza di legare i suoi progetti, le sue azioni, le sue opere, insomma la sua vita a quella delle future infinite generazioni, l'uomo non riesce a vincere tutte le costrizioni del presente, fra cui il pensiero della morte. La disperazione dell'uomo nasce dalla visione di un futuro senza speranza, ovvero di un futuro privo di immortalità.
Moravia ci dice che il Cristianesimo, ponendo l'attesa del Regno di Dio, ha dato un particolare fondamento alla speranza degli uomini. Prima di Cristo gli uomini avevano creduto e si erano acquietati nei miti delle religioni pagane. Quando queste decaddero e quando inaridirono anche le certezze che erano state riposte nella saggezza del pensiero filosofico, l'uomo uscì dalla disperazione raccogliendo il messaggio di Gesù.
La speranza cristiana apparve dapprima come la conclusione finale, necessaria e giusta della vita terrena, non meritevole di essere vissuta : la fine del mondo creduta, desiderata e prospettata imminente all'orizzonte dell'Apocalisse rappresentava il viatico vero per una vita migliore. Per vincere la morte che insidiava la vita terrena il Cristianesimo non trovò di meglio che abbandonare quella vita stessa in favore di una vita ultraterrena. Secondo Moravia, a fronte della disperazione dell'umanità, afflitta dall'esigenza insoddisfatta di uguaglianza e fratellanza spirituale (in quel mondo non esisteva nè carità nè amore per il prossimo; in quel mondo, accanto ai pochi cittadini liberi, potenti e benestanti, v'era una moltitudine di schiavi e di apolidi, privi di diritti e di risorse proprie) il Cristianesimo non riuscì a proporre una speranza terrena e concreta. La promessa cristiana fu quella di una libertà e di una felicità tutta spirituale, ultramondana : la libertà e la felicità dell'anima da realizzare nella dimensione celeste. Di conseguenza, l'uomo poteva lasciare a Cesare il dominio del mondo di qua, oramai svalutato e disprezzato.
Tuttavia, nel corso dei secoli anche la mitica ed esoterica speranza cristiana  si è andata lentamente dissolvendo. Moravia attribuisce il suo dissolvimento al fatto che quando il Cristianesimo come guida morale aveva raggiunto il suo trionfo, gli uomini si accorsero che, se dalla servitù del bisogno economico in terra non potevano salvarlo i suoi dogmi ed i suoi riti, un'altra dottrina prometteva questa liberazione : quella formulata dal profeta Marx.
Lo scrittore prende in esame la teoria del "materialismo storico" avanzata dai confutatori del Comunismo, cioè quel far dipendere tutti i valori dell'umanità dal bruto ed inerte fatto economico, con la conseguente distruzione di ogni principio di libertà e di ogni attività spirituale, come la morale, l'arte, il diritto, ridotti a rango di sovrastrutture. Ma ai detrattori del Comunismo egli oppone che Engels, Marx ed i loro epigoni riconoscono al fatto economico una preminenza soltanto temporanea, in quanto esso rappresenta il problema più urgente, il problema per eccellenza, risolto il quale la risoluzione di tutti gli altri verranno dietro : i valori della libertà, dello spirito, della morale, dell'arte e del diritto spunteranno alla fine della dittatura del proletariato che fa appunto da congiunzione tra il momento della necessità ed il momento del riscatto totale degli uomini. In effetti, Marx avrebbe intuito i forti legami che passano tra il fatto economico e tutti gli altri valori umani; in sostanza, avrebbe intuito che il fatto economico è anche un fatto sociale e che il fatto sociale affonda le sue radici profonde nell'uomo. Oppone, altresì, che l'idea comunista non può essere svalutata dalle sue applicazioni pratiche. Come per il Cristianesimo ciò che conta è la predicazione morale e spirituale di Cristo, non già tutto quello che è stato aggiunto dopo dalla Chiesa (santi, riti, miracoli), così per il Comunismo ciò che conta è la promessa della libertà dal bisogno economico, non già tutto quello che la pratica e l'affermazione dell'idea hanno prodotto. Insomma, la materia del Comunismo, al pari del Cristianesimo, è l'uomo e la sua salvezza : per il Comunismo la salvezza dal bisogno economico, per il Cristianesimo la salvezza dal peccato originale.
Per liberare l'uomo dalla disperazione del peccato originale il Cristianesimo aveva proposto il sacrificio del Cristo ed il finale trionfo della Città di Dio. Per liberare l'uomo dalla servitù del bisogno economico il Comunismo propone la rivoluzione degli oppressi dal capitale ed il finale trionfo della Città terrena. Entrambi, per realizzare i rispettivi scopi, fanno appello non già all'intelligenza ed alla razionalità, ma ai più nobili istinti dell'uomo, attraverso i quali egli può abbandonare ogni egoismo personale, nazionale o classista a favore dell'umanità tutta. Il Cristianesimo chiede la rinuncia ai beni della terra a favore di Dio, assicurando, come premio, la partecipazione alla Città celeste; il Comunismo chiede all'individuo l'abbandono degli stessi beni a favore dei consociati, assicurando, come premio, la partecipazione ugualitaria alla Città terrena.
L'avvento della Città di Dio e l'avvento della Città terrena costituiscono la speranza infusa dalle due dottrine. E che queste speranze possano sembrare utopiche, cioè non suscettibili di realizzazione, non ha importanza, perchè, secondo Moravia, non è importante l'avvento in sè; è invece importante la speranza che la promessa dell'avvento suscita in noi.
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In effetti, Moravia sostiene che l'apprezzamento di un' ideologia - intesa come complesso di idee dottrinali che caratterizzano un orientamento sociale, politico o etico, vuoi laico che religioso - deve prescindere dalla considerazione delle sue applicazioni e realizzazioni pratiche. Condivido il principio e non mi pare ad essere solo in questa condivisione. Ad esempio, la validità del precetto che impone la castità ai pastori di Cristo non mi sembra che risulti  compromessa dal comportamento dei preti fornicatori che, peraltro, la Chiesa si guarda bene dall'espellere dalla istituzione sacerdotale.  
Come nasce l'ideologia comunista?
Platone nella "Repubblica" (416d-417b) afferma che uno Stato è perfetto e giusto se in esso vengono create le condizioni che permettono la comunione dei beni disponibili.
Gesù proclama l'eguaglianza degli uomini davanti a Dio (Gv 3:16; Mt 23:8-12) ed è tenero con i poveri (Lc 6:20-21), severo con i ricchi (Lc 6:24-25; Mt 19:24). Anche il Cristianesimo delle origini riafferma l'eguaglianza delle genti senza distinzioni di classe (At 10:34; 17:26).
S. Ambrogio sostiene che la proprietà privata è un prestito revocabile di beni terreni fatta dalla collettività ai singoli ("Esameron", VIII, 15, 51).
S. Benedetto proibisce ai monaci di possedere beni propri ed impone alla comunità monastica di assicurare il necessario a chi non è più in grado di lavorare per procacciarselo ("Regula", XXXIII-XXXIV).
Thomas More ("L'utopia") e Tommaso Campanella ("La città del sole") descrissero società ideali ad economia comunitaria.
L'Illuminismo ( Rousseau, Voltair) rinnova e coltiva il concetto di uguaglianza. In particolare, Jean Meslier ("I testamenti") scrive che i beni e le ricchezze della terra dovrebbero essere in possesso di tutti ed in parti uguali. Etienne Gabriel Morelly espone in "La Basiliade" una visione religiosa del comunismo basata sul fatto che Dio ha dato leggi di natura perfette e buone e che basta combattere l'egoismo individualistico e rifarsi a Dio  per ottenere comunione ed uguaglianza fra tutti gli uomini.
Più organicamente Karl Marx ("Il capitale: critica dell'economia politica") si accorge che le condizioni e le caratteristiche della vita materiale incidono inevitabilmente sugli altri aspetti della vita sociale; soprattutto che nei sistemi moderni di produzione capitalistica tutti gli uomini, sebbene uguali di fronte alla legge, sono discriminati sotto il prfilo economico. Questo perchè la concentrazione della proprietà dei mezzi di produzione nelle mani di pochi costringe gli operai a procacciarsi i mezzi di sopravvivenza vendendo  il loro lavoro come una merce al di sotto del suo valore effettivo. In ciò consiste, secondo Marx, lo "sfruttamento dei lavoratori", un fenomeno sociale dovuto al fatto che la produzione dei beni gestita dalla "classe borghese", formata dai capitalisti, ossia dai "padroni" dei mezzi di produzione, è finalizzata esclusivamente al "profitto" ed all'accumulazione della ricchezza che ne deriva. Di qui il famoso aforisma  "La proprietà privata è un furto" che Marx eredita da Proudon: è un furto perchè proviene dallo sfruttamento del lavoro dei più deboli e ne è il compendio.
Nel "Manifesto del partito comunista", scritto con Friedrich Engels, Marx profetizza che le classi lavoratrici di tutto il mondo si sarebbero unite ed avrebbero rovesciato i sistemi capitalistici, determinando così, dopo un periodo di transizione, denominato "Dittatura del proletariato", il passaggio della  proprietà privata nelle mani della comunità sociale. In virtù di
questo passaggio le società non sarebbero state più divise in classi e gli individui avrebbero trovato la loro piena realizzazione.
Tralasciando le variazioni e le diverse espressioni socio-politiche  che hanno caratterizzato nel XX secolo lo sviluppo delle idee di Marx, mi piace annotare che ancor oggi Costanzo Preve nel suo "Elogio del comunitarismo", dove ragiona da filosofo della storia, riconosce che Marx recepisce il pensiero di Aristotele, che concepiva l'uomo come "essere sociale", e di Hegel, che ne faceva il "prodotto di un'etica comunitaria", e li traduce nel suo "Comunismo", una sorta di massima forma di comunitarismo, ovvero una realtà in cui socialità ed etica, essere e dover essere, finalmente convergono.
Allora, opina bene Moravia: il Comunismo è paragonabile ad una religione con il culto   dell'egualitarismo e della pari dignità degli uomini, meglio ancora con il culto di una grande promessa di salvezza e di una grande speranza, forse ancora più grandi della salvezza e della speranza predicate dal Cristianesimo. Ed infatti, quelle del Cristianesimo possono interessare soltanto l'anima e la sua vita ultraterrena e, quindi, sono intrinsicamente di problematica credibilità, mentre quelle del Comunismo interessano la parte di noi che sicuramente esiste e si proiettano attendibilmente nel concreto della vita terrena. L'idea di una società in cui a ciascuno è assicurato il giusto benessere tramite l'equa redistribuzione dei beni materiali  che essa è capace di produrre è un valore essenziale nella coscienza dell'uomo. Nè il solidarismo propugnato dalla Chiesa cattolica può supplire a questa idea, perchè la "solidarietà" si esplica sempre in un atto di carità che non salva la dignità del povero, mentre la messa in comunione dei beni prodotti libera veramente dal bisogno economico ed esclude la condizione di povertà.      
Oggi, si sente dire che l'esperiena marxista dell' URSS costituisce la prova che la realizzazione di un'economia sociale su base comunista è mera utopia. Sbagliatto. In Russia non è fallita l'ideologia comunista, bensì una forma di "socialismo reale" male attuato, male gestito, degenerato, ad opera di un'ottusa dirigenza politica, nel totalitarismo militare. Altrove (Cina Corea del Nord, Cuba Laos, Vietnam) 1 miliardo e 500 milioni circa di persone continuano a vivere un socialismo reale fecondo di risultati e di consenso sociale. E se in alcuni di quei paesi c'è povertà, è povertà di tutti, perciò non discrimina e non ferisce la dignità del singolo.          


   

lunedì 26 marzo 2012

CIAO PAPA'

C I A O,  P A P À

( RACCONTO BREVE D’ UN SOGNO LUCIDO )


- Ciao, papà.

Oddio, Olimpia! Qualche attimo prima stavo accanitamente disputando con Don Franco sull’aldilà ed ora mi vedo di fronte mia figlia, bellissima, abbronzata, stivaletti a spillo, jeans azzurro chiaro, molto stinti, giubbetto rosso, proprio come mi appariva ai tempi della sua massimo splendore fisico. Tanta luce intorno a lei.

- Ciao, Olimpia.

Sono sconcertato. Come ha fatto Olimpia ad entrare nel sogno che avevo preparato per Don Franco, l’amico prete che sin dal liceo classico, quando lo ebbi come insegnante di religione, ha sempre tentato di convincermi sulle verità della fede cristiana? E perché la comparsa di Olimpia ha determinato il dis-solvimento della sua presenza? Sono arrivato a comunicare con Don Franco, deceduto nel 1999, dopo aver percorso una lunga via iniziatica: quella di comunicare con i defunti è un’antica esigenza dei viventi, avvertita e soddisfatta con vari riti dalle religioni magiche primitive e dalle grandi civiltà pagane. Ulisse scende nell’Ade per incontrare l’ombra dell’indovino Tiresia; Orfeo affronta il mondo oscuro dei morti per riportare in vita l’amata moglie Euridice; Enea visita il padre Anchise negli inferi. La religione giudaico-cristiano osteggiò tenacemente la tendenza ad evocare i defunti. Nel Deuteronomio la legge mosaica ne detta il divieto: “Non si trovi in mezzo a voi…chi consulti gli spiriti”. Il Vangelo di Luca, con la parabola del ricco gaudente e del povero Lazzaro, fa dire ad Abramo: “Tra noi (i defunti) e voi (i viventi) è stabilito un grande abisso: se qualcuno di noi vuole venire da voi non può farlo; così pure, nessuno di voi può venire da noi”. Ai giorni nostri la comunicazione con i morti si pratica prevalentemente con lo spiritismo, ossia con l’attività medianica di un soggetto dotato di poteri paranormali. Ma si pratica anche con lo spiritualismo esoterico e con la sublimazione, attraverso i sogni, dell’attività creativa della mente. Quando incontro Don Franco nel sogno per sfidarlo sul problema della morte e del dopo, lui d’acchito cita san Paolo: “Noi crediamo che Gesù è morto e risuscitato: così anche quelli che sono morti Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui”. Don Franco è teologicamente e filosoficamente schierato con sant’Agostino. Per provocarlo, gli oppongo Epicuro: “La morte per noi non è niente, perché quando ci siamo non c’è e quando c’è noi non siamo più”. Solo per affilare le armi. Poi ci misuriamo a fondo. Ma come ha fatto Olimpia, non chiamata, a venire nel sogno?

- Ciao, papà. Non pensare adesso a Don Franco, con lui potrai ancora incontrarti, io invece ti debbo parlare di cose nostre e non so quando sarà possibile farti nuovamente visita. Inoltre, ho qualche comunicazione da farti circa le cose dell’aldilà; so che ti interessano. Rispetto a Don Franco ho il buon diritto di parentela a pretendere la precedenza e tu ricordi che alla guida dell’auto il diritto di precedenza lo feci sempre valere.

Eccola, la mia Olimpia: volitiva, diretta, scanzonata, come l’avevo conosciuta negli anni della sua giovinezza, quando la malattia non l’aveva ancora assalita e sconfitta.

- Certo, non metto in dubbio il tuo diritto. Don Franco lo farò ritornare. È già da qualche mese che lo incontro. Per evocare la sua immagine e per interagire con essa ho impiegato oltre due anni, durante i quali mi sono impegnato in un lungo esercizio di tecniche oniriche assai complesse. È stato un duro addestramento, grazie al quale ho imparato a sognare con lucidità i morti che amo; sì, con lucidità, ossia con coscienza e consapevolezza piene, con sensazioni vivide e durevoli, come insegnano gli onironauta di professione, cioè quelle persone che abitualmente navigano ed agiscono nei sogni senza esserne in balia. Ma con te, fino ad oggi, neppure ci avevo provato. Ancora troppo acuto ed intenso il dolore per la tua perdita. Troppo oppressi da questo dolore la mente e lo spirito per mettere in moto quel faticoso processo di elaborazione del sonno volto a fare apparire una persona cara che non è più. Non mi aspettavo di vederti. Insomma, sono sor-preso, perché tu sei venuta senza che io abbia fatto alcunché per agevolarti il percorso... della Come stai?…Scusa, voglio dire…

Scoppia a ridere. Con quella risata forte, musicale, prolungata, che mi era sempre piaciuta.

- E’questo il punto, papà. Forse Don Franco te ne avrà già parlato, ma le cose dell’aldilà stanno in un modo un po’diverso da come tu credevi che stessero. Però, andiamo per gradi. Più avanti affronteremo l’argomento, anche in relazione alle tue stregonerie. Ora, devo subito ringraziarti per il libro che mi hai dedicato. Ero sicura che avresti mantenuto la promessa. Sei stato sempre di parola…Gliene hai dette quattro a quei balordi, come volevo, come ti avevo chiesto di fare, come si doveva. Sono contenta. Sono placata. A proposito, poiché me lo hai domandato, e non c’è motivo per scusartene, sto benissimo, ovviamente in quanto a salute dello spirito.

- Beninteso, in quanto a salute dello spirito… Ah, il libro: sì, ce l’ho messa tutta. Mi avevi assegnato un mandato per me sacro. L’ho assolto con il cuore affranto. Avrei voluto fare di meglio, ma spero di aver fatto almeno capire il senso della protesta che hai levato contro la sorte infame e contro la stolidità umana. La tua collera era giusta. Anche quella che riversavi su me e sulla mamma. La natura vuole che siano i vecchi e non i giovani a confrontarsi con le malattie che portano alla morte; sono i figli che devono piangere i genitori e non viceversa. Quanta angoscia, quanta sofferenza, quante lacrime e quanto lutto se accade il contrario. Di questo lutto Giovenale parla a lungo in una sua amara satira. Da questo lutto io e tua madre non guariremo mai, perché abbiamo fatto nostre la tua protesta e la tua ribellione e continueremo, finché potremo, a rin-facciare al mondo l’ingiustizia che hai patito.

- No, papà, non va bene così. Perciò sono venuta, ancor prima che tu mi chiamassi con le tue magie oniriche: sono venuta a dirti che tu e mamma non dovete esacerbare il vostro dolore, inasprire il lutto che vi ha colpito, maledire la vita che vi ha orbato della figlia. No, voi non dovete rendere insopportabili gli ultimi anni della vostra esistenza terrena, già di per se stessi difficili. Me ne sentirei colpevole ed io, dove mi trovo adesso, non posso coesistere con i sensi di colpa. Non vi esorto a ritrovare la felicità di quando la vostra quotidianità non era stata ancora scon-volta dal mio cancro. Quella felicità, fatta di affetti ed appagamenti mondani è oramai perduta e niente può restituirvela. Vi esorto invece a trovare una nuova serenità, sopendo ogni penoso rim-pianto ed ogni risentimento, sfuggendo ai ricordi tristissimi della mia malattia, colmando il vuoto emotivo causato dalla mia morte con l’amore del figlio che vi resta e del nipote che vi ha dato. Vi sto proponendo un modo giusto per vivere il vostro lutto e per combattere la disperazione in cui vi ha gettato. E poi, caro il mio sciamano, devi sapere che, mentre i vivi piangono l’assenza dei morti, i morti li guardano e vorrebbero asciugare le loro lacrime. Papà, il dopo non è proprio come lo pensavi con il tuo inguaribile scetticismo.

- Figlia mia bella, innanzitutto grazie per il conforto che le tue parole recano a me e recheranno a tua madre quando le riferirò di questo sogno. Sicuramente ci saranno di grande aiuto nell’af-frontare gli ultimi travagli che ci riserva il futuro. Però, quanto al dopo devi darmi atto che mai ho dato per scontato che la morte fisica dell’uomo aprisse la porta del nulla assoluto. È vero, è stata un’ipotesi che ho preso in considerazione e nella quale mi sono addentrato; ed è anche vero che qualche volta, in particolari occasioni familiari, ne abbiamo discusso tra noi, tuttavia non ho mai categoricamente escluso un seguito diverso dal nostro modo di essere in questo mondo. Anzi, proclamando che sarebbe stato tranquillizzante avere la certezza di entrare da morto in quel nulla che non avrebbe potuto riservarci sorprese indesiderate, non ho mai tralasciato di avvertire che purtroppo l'idea della morte non ci dava garanzie in tal senso. In effetti, il dopo per me ha rappresentato sempre un grande forse, un peut ètre, la suprema incognita, nonostante i molti te-sti religiosi e filosofici consultati in merito. Ed ho sempre temuto che, come annota un frammento di Eraclito, “Per gli uomini che sono morti sono pronte cose che essi non sperano e non im-maginano”. Del resto, ho iniziato a coltivare l’arte di sognare i defunti proprio con lo scopo di scoprire il mistero.

- E lo hai svelato il mistero?

- Direi di no. Don Franco, quando l’ho interrogato al riguardo, è stato evasivo, mi è sembrato addirittura reticente. Gli ho chiesto - egli fu, da sacerdote cattolico, convinto assertore di un oltretomba tripartito nei noti ambiti dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso - se le sue appa-rizioni fossero mere proiezioni della mia mente, pure immagini di memoria materializzate dall’ abilità del navigatore del sogno, ovvero costituissero la forma temporaneamente assunta per farsi vedere ed udire da quella sostanza immateriale ed invisibile che egli soleva chiamare anima e di cui è intessuta tutta la soteriologia della religione da lui professata. Mi ha risposto, un po’ sussiegoso, che non erano domande da farsi; che ero il solito miscredente; che avrei dovuto essere più umile di fronte a certe evidenze lampanti; che le parole, i concetti e la logica della gente mortale non possono servire ad indagare, descrivere e comprendere l’aldilà. Gli ho obi-ettato che questa difficoltà di comprensione non l’aveva mai eccepita quando mi aveva parlato della vita eterna e della beatitudine senza fine promesse dal buon Dio al buon cristiano; che, al contrario, in detta circostanza, egli aveva sostenuto che la ragione umana non è cognitivamente incompatibile con i dogmi di Madre Chiesa, rammentando, altresì, che per san Tommaso “È impossibile che una verità di fede possa essere contraria a quei principi che la ragione conosce per natura”; che anche  Papa Benedetto XVI ha sostenuto che fede e scienza possono andare a braccetto. Sicché, per niente intimidito dalle sue rampogne, l’ho incalzato facendogli osservare che intanto aveva ammesso l’esistenza di un aldilà ed, implicitamente, il suo esserci dentro. Ora questo aldilà deve ancora spiegarmelo. È un luogo metafisico, una realtà altra rispetto a quella di cui prendiamo contezza con i sensi? E, se sì, essa com’è abitata? È la dimora di entità astratte, di ombre indifferenziate e indefinibili, di noùmeni kantiani sottoposti alle leggi cosmiche, oppure è la dimora di entità superiori, di spiriti coscienti in attesa della resurrezione dei corpi, secondo la mistica occidentale, o della loro trasmigrazione, secondo la mistica orientale? “Don Franco - gli ho detto - qui non si tratta di fare il complicato: o c’è un’altra vita o non c’è. E se c’è com’è fatta, come si svolge, com’è strutturata, a che tende?”. Si è rifugiato in una sorta di stringatissima si-nossi catechetica: “Il corpo è l’elemento umano che tiene imprigionata l’anima, ma non può sot-trarsi alla morte ed al disfacimento. L’anima è il divino che è negli uomini ed è perciò immortale. Essa, liberata dal corpo, trascende il mondo sensibile e va ad occupare un mondo esclusivamente intelligibile. Spetta a Dio giudicarne la purezza ed assegnarle un posto definitivo”. Non sono riu-scito a trattenermi: “Don Franco, voi divagate, voi semplificate. La vostra esposizione non mi convince. Affermate che il mondo delle anime è un mondo intelligibile, quindi conoscibile con l’in-telletto, eppure testé avete negato la mia capacità cerebrale ad intenderne la vera natura. Inol-tre, se nell’aldilà - come voi sostenete - le anime dei trapassati sono trattenute presso il tribunale di Dio che si appresta a decidere del loro destino, oppure, essendo state già giudicate, sono ora-mai sistemate nei noti luoghi di pena o in quello di letizia, come può accadere che io, povero scia-mano dilettante, riesca a convocarvi periodicamente nel sogno, sottraendovi ai vostri obblighi, spero celesti? Delle due l’una: o la vostra anima può fruire di speciali permessi divini, che ritengo improbabili in quanto sarebbero discriminatori ed iniqui in un sistema di Alta Giustizia, o le vostre apparizioni non sono autentiche e, quindi, sono solo suggestioni, ossia false rappresentazioni del-l’anima vostra, fantasmi in libera uscita dal mio immaginario, come avrebbe supposto il Vescovo di Ippona, di cui siete devoto seguace, il quale negava la possibilità di stabilire nei sogni un vero contatto con i defunti”… Forse non avrei dovuto esagerare: visibilmente irritato, ha sbottato: “Che domande, che idee…Perché non andate ad evocare l’anima di Nietzsche? Con lui vi inten-dereste più facilmente”. Poi, alla tua improvvisa comparsa si è dileguato. Dunque, Olimpia mia, Don Franco non ha sciolto nessuno dei miei dilemmi. Comunque, io non credo che egli mi abbia taciuto intenzionalmente la verità sul suo essere attuale per lasciarmi nell’ignoranza; piuttosto, sospetto che egli ne sia stato impedito da una qualche rigoroso divieto imposto dal suo credo.

Olimpia mi ha ascoltato attentamente. Sta lì a guardarmi seriosa, ma il suo sguardo è benevolo, affettuoso, un tantino ironico. Sono sicuro che le mie elucubrazioni ed il tentativo di strappare lumi a Don Franco l’hanno anche un po’divertita.

- Complimenti, papà. Mi accorgo che sei diventato un vero maestro nell’arte del sognare, cioè nell’arte che ti permette, fra l’altro, di utilizzare il sonno per condensare in visioni sensibili le immagini delle persone che da vive hanno lasciato in te un segno importante; e di rapportarti con-cretamente e sensatamente con quelle visioni, magari dialogando e anche confliggendo dialet-ticamente con esse; e, soprattutto, di conservare un ricordo chiaro e distinto di quei rapporti, impedendo ai risvegli di sommergerlo nel rumore e negli affanni del quotidiano. Tutto ciò è meritorio. Nei sogni spontanei e passivi il sognatore è soltanto spettatore; nei sogni lucidi il so-gnatore diventa attore e, se è veramente bravo a guidarli, può spaziare in campi di conoscenza che gli sono preclusi in condizione di veglia. Fa’ però attenzione: un sogno lucido non sempre na-sce per volontà del sognatore. Tu stesso hai notato che, sebbene non prevista, mi sono inserita nel sogno in cui ti trattenevi con Don Franco e lui, al mio apparire, si è volatilizzato. Niente di sorprendente: il bisogno dei defunti di parlare ai vivi è pari a quello dei viventi di parlare ai defunti, a condizione che tra loro ci sia stato in vita amore, amicizia, simpatia, intesa spirituale. Per altro, la nostalgia che i morti provano per il loro affetti terreni è immensa e diventa strug-gente quando l’affettività attiene alla sfera degli stretti rapporti familiari. I morti sono dei sen-timentali. E, poi, non sopportano che i loro cari si tormentino nel lutto e, semmai, in qualche ri-morso. Allora, spinti da un incontenibile bisogno di pacificarli, decidono di comunicare con loro ed entrano nei loro sogni, spesso per offrire o ricevere perdono. E lo fanno prepotentemente, sosti-tuendosi a qualsiasi altra presenza ad arte evocata. A proposito di Don Franco, sono d’accordo con te: è stato lacunoso, non perché abbia voluto nasconderti ciò che gli si è palesato dopo la sua uscita dalla vita, bensì perché non ha potuto essere più esauriente.

- Benedetta figliola, avallando le mie intuizioni mi riempi di soddisfazione. Perché non ha potuto?

- Perché è confuso, perché non ci si raccapezza ancora.

- Non posso crederci: Don Franco, un raffinato teologo, un sapientone in tema di Apocalisse e dintorni, un formidabile confutatore e demolitore delle concezioni materialistiche, disorientato dalla sua esistenza soprannaturale, insicuro nel leggere ed interpretare il suo stato attuale?

- Sì. Non meravigliarti, succede ad ogni persona che sia morta con la certezza di dover transitare in un oltre, in un sopra, in un altrove destinato alle anime, nel quale esse vengono a trovarsi subito di fronte a Dio. Tu sai che Don Franco aveva questa certezza ed in terra ha svolto il compito di trasmetterla al prossimo suo. Non posso dimenticare che una sera, a casa nostra, vi confrontaste sui “temi ultimi” e lui ti mise alle corde sciorinando il meglio della tanatologia cri-stiana. Perciò, quando ha constatato che il trapasso non lo aveva immesso immediatamente nel Regno dei Cieli, quello tramandato nei secoli dal Verbo evangelico, è rimasto spiazzato e deluso e, pur restando fermo sui fondamentali della sua fede, sta cercando di chiarire a se stesso questo dopo che non s’aspettava.

Prendo la palla al balzo.

- Mi stai testimoniando che il Regno dei Cieli non esiste? Che anche tu sei sgomenta?

- Vacci piano, non affrettare le conclusioni. Intanto, non ho motivo per sentirmi sgomentata. Io sono stata fra coloro che non fecero scommesse. Ho creduto in Dio e l’ho rispettato, ed ho pure rispettato i decreti della Chiesa cui appartenevo. Senza Dio e senza Chiesa sarebbe stato ardua la scelta di una buona solida etica su cui basare azioni e comportamenti nella vita terrena. Ma sull’anima e su un suo destino non ci giuravo. Mi dava sollievo immaginare che il mio “io” sa-rebbe in qualche modo sopravvissuto alla morte, ma le teorie nichilistiche mi avevano creato forti dubbi. E se il dopo fosse stato soltanto un salto nel non senso, ovvero l’annientamento totale della psiche o, se vuoi, giacché ci siamo, un sonno senza sogni? Per di più, mi risultava arduo ade-rire alla convinzione di una “casa comune”, situata in un altrove predeterminato e regolato da un ordine trascendente, pronta ad accogliere l’ineffabile sostanza che si salva dalla morte dei corpi. Anche perché quell’altrove san Giovanni apostolo, proprio nell’Apocalisse che hai dianzi citato, lo colloca, chissà per quale recondita ragione, sotto un cielo ed in una terra senza mare. Ricordi quanto amavo il mare? Di conseguenza, quando, ad un tratto, mi sono resa conto che di là giacevano le spoglie del mio corpo e di qua continuavo a pensare, a sentire ed a volere, ancorché deprivata di ogni fisionomia umana, non mi sono posta ulteriori problemi. Mi è bastata la rive-lazione di non aver perso il mio ego, di essere ancora una coscienza senziente, di conservare la memoria di chi ero stata, di provare una intima vicinanza al mondo naturale. Il resto, cioè il perché non riesca ancora a  riconoscere alcuno degli aspetti dell’oltretomba descritto dal Magi-stero cattolico e perché continui a vedere luoghi, persone e cose della realtà da cui mi sono di-staccata, l’ho accantonato, l’ho procrastinato. La situazione, per adesso,  mi sembra accettabilis-sima, da non mettere a repentaglio con intempestivi ed imprudenti tentativi di approfondimento. Mi sono volentieri adattata, pensando che, alla fine, la frequenza e la pratica della dimensione del mio nuovo essere mi avrebbero dato, prima o poi, l’opportunità per capirne di più. Don Franco non è riuscito a fare altrettanto: troppo imprigionato nei suoi schemi dottrinali.

- Quasi trasecolo. Mia figlia che nell’aldilà si consente di applicare, ad un tempo, i metodi di conoscenza proposti dalla fenomenologia di Husserl e dal pragmatismo di Dewey!

- Levatelo di testa. Forse il mio mettere sotto epochè ogni giudizio sul luogo in cui mi sembra di aleggiare ed il mio adattamento alla nuova situazione potrebbe trovare effettivamente qualche corrispondenza filosofica, ma dove sono adesso  qualsivoglia atteggiament intellettualistico non ha senso. La verità è che mi sono tranquillamente detta: è bello vedere ancora il cielo, il sole, il mare, casa mia, i miei cari, i miei amici; è bello non sentirmi del tutto estranea al mondo dei viventi, provare ancora le emozioni che danno la grandezza del suo spettacolo, con la sua luce e i suoi colori, e l’amore delle persone che vi continuano a vivere. Non provo l' esigenza di frettolose verifiche: prima o poi mi sarà dato di sapere.

- Non escludi, quindi, che la situazione possa mutare, evolvere verso stadi diversi?

- Qui non si prova timore all’idea di compiere altri passaggi, di accedere a dimensioni più avan-zate, magari di arrivare a cospetto dell’Assoluto o dell’Eterno. E neanche si è pervasi dall’ansia di sapere il se, il quando, il come di questo eventuale avanzamento. Qui c’è calma, quiete, pace. Qui non si soffrono penitenze e non ci si perde in estasi abbaglianti. Se mi è concesso esprimere una lamentela questa riguarda solo il fatto di sentirmi molto sola. Qui le anime dei morti non comunicano tra loro. Siamo trasparenze senza forma, gioco forza ci ignoriamo. E, poiché la lon-tananza dal mondo fisico è estremamente tenue, volentieri cerchiamo di superarla entrando nei sogni dei vivi, per cercarvi quel calore umano che ci manca. Io, infatti, mi sono intrufolata nel tuo sogno e sto dialogando con te. Non a caso Shakeaspeare, nel dramma "La tempesta", dice che “Noi (i defunti) siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”.

Perbacco! Olimpia mi sta schiudendo una finestra sull’aldilà. Ne debbo profittare.

- Perdonami l’insistenza. Mi stai dicendo allora che nell’aldilà lo spirito resta attaccato ideal-mente alla materia da cui si è sciolto e della materia subisce un’attrazione tale da volere addirit-tura ritardare l’unione con Dio? Lo spirito dei morti aspira dunque a ricostituirsi in simbiosi ed in totalità con la materia? Dobbiamo allora condividere la concezione druidica secondo la quale lo spirito è materia e la materia è spirito? E come la mettiamo con san Paolo e sant' Agostino, pro-pugnatori indefessi della disincarnazione e dell'ascesi?

La vedo rabbuiarsi.

- Per niente. Ritardare l’unione con Dio? E che? Vogliamo metterci nei guai? E se per volontà divina fossimo tenuti, una volta varcata la soglia dell' aldilà, a compiere un percorso pluridimen-sionale verso il Padre, quale trapassato  oserebbe mai mettere a questo superiore disegno il bastone tra le ruote?  Sul punto mi sono espressa chiaramente: non so che cosa mi aspetta. Ma finchè continuo ad essere come sono è forte la nostalgia che sento per il mondo umano. Ti ho già detto che i morti sono dei sentimentali. Ma non ho inteso dire di più. Delle teorie sui massimi sistemi che tu vuoi tirare necessariamente in ballo non ho riscontri, quindi non me ne impiccio. Il luogo in cui mi trovo può essere un limbo di parcheggio, tra cielo e terra, più vicino alla terra che al cielo, dal quale riprenderò a salire verso stati di spiritualità sempre più perfetti. Ma può anche essere il punto di arrivo del viaggio, la conclusione dell’itinerario extraterrestre che ho intrapre-so, lo spazio incommensurabile dove avverrà ciò che deve accadere, ammesso che ci sia qualcosa che deve ancora accadere. Io sono pronta a tutto. E ribadisco: non c’è altro su cui possa infor-marti.

Alla stessa stregua mi rintuzzava nelle discussioni che intrecciavamo quando era tra noi. Devo fare un passo indietro, senza però rinunciare al tentativo di fare più luce su quello spiraglio di aldilà che mi ha aperto.

- D’accordo: non mi hai dato alcun motivo per formulare ipotesi peregrine. Evidentemente sono stato colpito dallo straordinario afflato che t’infonde il mondo dei viventi e ne ho tratto una de-duzione azzardata. Però, devi concedermi che le tue informazioni non fanno, alla pari di quelle di Don Franco, molta chiarezza sul dopo. Sì, mi hai dato conferma che dopo la morte del corpo una sorta di essenza personale resta presente nel cosmo e che, forse, quest'essenza è proprio quella sostanza spirituale che chiamiamo anima,  ma sulla sua origine, sulla sua immortalità e sul suo destino finale mi hai offerto pochi contributi di conoscenza. Riflettiamo un momento su tali que-stioni. Primo, sull’origine: l’anima è creazione di Dio al pari del corpo, ma nel corpo è da Lui immessa un attimo dopo, come vuole la dottrina ufficiale della Chiesa, costante assertrice della visione dualistica e separatistica del rapporto corpo-anima; o, al contrario, l’anima viene dal mondo, perché materia e spirito non sono altro che facce diverse di un unico essere primordiale, da identificare nell’energia universale, per cui vi è tra le due sostanze una perfetta continuità ontologica, come sottende il teologo-filosofo Teilhard de Chardin quando cita “la potenza spirituale della materia” e ritiene che “la materia è la sorgente armoniosa delle anime”? Se-condo, sull’immortalità: l’anima personale sussiste oltre le limitazioni imposte alla materia dalla contingenza del divenire perché la sua origine è divina ed il divino è eterno, o, piuttosto, perché l’energia ordinatrice del cosmo e della natura, di cui essa è frazione infinitesimale, è di per sé indistruttibile? Terzo, sul destino finale: la meta ultima dell’anima, in quanto puro spirito indivi-duale, sarà l’ingresso, attraverso la redenzione, nel Regno di Dio o, viceversa, in quanto energia vitale sospesa nell’etere, andrà, conclusa una certa fase del ciclo karmico, ad incorporarsi in una nuova materia? La tua esperienza dell’oltretomba che ti dice in proposito?

Stavolta non mi scanso il rimprovero.

- E dàlli, papà, con le tue curiosità escatologiche, nelle quali, a tutti i costi, vuoi coinvolgermi. Smetterai mai di arrovellarti? Ascolta: accontentati di avermi vista e di avere appreso quel poco che ti ho potuto passare. Ora sai che quando mi pensi l’oggetto del tuo pensiero è molto di più che un mero ricordo, un’ impronta di me conservata nella tua memoria e rievocata dalla mente; ora sai che è una soggettività cosciente, capace di corrisponderti, di partecipare alla tua vita inte-riore, di ricambiare il tuo amore, di raggiungerti apparendoti in sogno. Avrei volentieri appagato completamente il tuo desiderio di conoscenza del metafisico, ma al momento me ne manca la pos-sibilità. Forse non solo i vivi, ma anche i morti mai conosceranno il mistero dell’origine e del-l’immortalità dell’anima. Quanto al suo destino ultimo, ti prometto che quando avrò notizie fre-sche tornerò a farti visita. Adesso devo andare, il tempo del sogno è scaduto. Ciao, papà, alla prossima.,

La figura di Olimpia sta per svanire.

- Ciao, aspetta, fatti dare un bacio.

- Sei matto? Non si può baciare un ectoplasma!