sabato 4 agosto 2012

ABRAMO, UN PATRIARCA CHE TEME E TREMA



Massimo Camisasca scrive a proposito di Abramo che "Egli rappresenta il punto di svolta della storia dell'uomo. Prima di lui, dopo Adamo, ci sono state soltanto divisioni e lotte, con la sola eccezione di Noè. Con lui la vicenda dell'uomo riprende il suo corso positivo..." ( Dentro le cose, verso il mistero. La mia vita come un albero, Bur, Rizzoli, 2012 ).
Di Abramo parlano i versetti contenuti nei capitoli 11-23 del Genesi. Sono andato a rileggerli, perchè, anch'io, molti anni fa, subii il fascino del grande patriarca, l'iniziatore del popolo del Dio Unico ebraico, che poi divenne anche il Dio cristiano ed islamico. Infatti nei fui preso leggendo Timore e tremore, il libro in cui Soren Kierkegaard espone la sua ammirazione per la fede di Abramo, ma confessa di non riuscire  a comprendere la dimensione etica dell'uomo. Ricordo che il filosofo danese, sin dalle prime pagine del libro, sottolinea la difficoltà di comprendere la vicenda di Abramo, a suo avviso meno chiara della stessa filosofia di Hegel. Dice Kierkegaard : "Quando mi metto a riflettere su Abramo sono come annientato". Ed ha ragione. Abramo è eticamente inspiegabile e rende inspiegabile la predilezione che gli manifesta il suo Dio.

Quando Abramo, colpito dalla carestia nella terra di Canaan, decise di recarsi in Egitto, si trasformò da allevatore di bestiame a mercante della bellezza di sua moglie: facendola passare per sua sorella la rese disponibile al faraone, come una sorta di prostituta di lusso a tempo indeterminato. Lo fece per salvare la sua vita, ma anche per ricevere in cambio "greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli. Può la sua scelta essere capita attraverso un'adeguata contestualizzazione storica, non solo relativa alla coscienza etica di quel tempo, ma anche in riferimento alla scarsa considerazione in cui allora si teneva l'onore della donna?  E si può capire il Signore che "per il fatto di Sara", anzichè punire Abramo, colpì l'innocente Faraone e la sua casa con grandi calamità?  Insomma, Abramo, vendendo l'avvenenza della moglie Sara, diventò un ricco mercante e da ricco mercante se ne tornò con la moglie e tutti i suoi averi  nel Negheb. Per me resta singolare il fatto che l'esegesi sia ebraica che cristiana abbiano sempre giustificato  comportamenti del genere e che Abramo passi non solo per persona timorata di Dio, ma anche per uno il cui fiuto per gli affari non si pone in antitesi alla fede religiosa.

Ma c'è dell'altro. Ritornato nel Negheb e nel paese di Canaan, "molto ricco in bestiame, argento e oro", subito dopo ebbe un colpo di genio: dette al nipote Lot le terre migliori della valle del Giordano pur di non farselo nemico. E quando questi pagò il suo amore per la bella vita cadendo prigioniero degli Elamiti, Abramo, pur potendolo evitare, decise di liberarlo e, liberandolo, non ne approfittò per dominarlo, non pose alcuna condizione né a Lot né ai re che con Lot aveva liberato nelle città di Sodoma e Gomorra,  rifiutò ogni bottino di guerra.  Insomma, ancora un uomo astuto, un genio politico, capace di accaparrarsi la gratitudine e l'allenza dei capi delle tribù confinanti e la promessa del Signore di avere finalmente un figlio.

Ormai anziano, si era reso conto che aveva assolutamente bisogno di un discendente per evitare che tutti i suoi beni si frantumassero, alla sua morte, in mille rivoli. Così, forte della promessa del Signore, mise a frutto un nuovo escamotage, trovato col consenso della sterile moglie Sara: fare un figlio con la schiava Agar. Non era il massimo dell'onorabilità, ma questo avrebbe scongiurato lotte intestine tra i clan per la successione. Sennonché, dal giorno in cui rimase incinta, Agar smise di servire Sara e prese a farla da padrona. Il saggio Abramo permise a Sara di cacciarla, ma Agar si pentì del suo ribellismo e tornò sottomessa alla padrona, nella consapevolezza che quello era l'unico modo per garantire un sicuro avvenire al figlio che avrebbe avuto. Ed ebbe Ismaele.

Ma pensando non fosse sufficiente, per tenere unito il popolo alla sua morte, l'aver avuto l'erede universale (il cui sangue mezzo schiavo a tutti era noto), Abramo, ammonito dal Signore ad osservare, lui e la sua discendenza, l' "alleanza" stipulata con Dio,  accolse l'espediente indicatogli dallo stesso Dio: imporre al suo popolo la circoncisione, proprio per distinguerlo da tutti gli altri della terra di Canaan. La circoncisione veniva a supplire la mancanza di sangue puro nei discendenti di Abramo. Con la sua istituzione tutti potevano riconoscersi in un'unica comunità: "l'alleanza sussisterà nella carne" - si legge nel Genesi. E' probabile che Abramo ad un certo punto si sia reso conto che i legami tribali si stavano sfaldando e che abbia cercato di porre rimedio a questa crisi sociale con misure che in quel momento potevano apparire dei palliativi, ma che un popolo poco istruito avrebbe anche potuto considerare efficaci.

Infine, le più forti perplessità, di carattere politico e insieme personale, Abramo le suscita quando Sara concepisce, miracolosamente in tarda età, Isacco. Egli infatti si rende subito conto che Isacco, essendo di sangue puro, andava favorito rispetto ad Ismaele, ma che né questi né Agar, né forse una parte del popolo, l'avrebbe tollerato. Con la nascita del vero erede e successore Sara non vuole più tenere con sé né Agar né Ismaele: "ora che sono piccoli giocano insieme, ma da grandi che succederà?", diceva. Abramo si convince che Sara è nel giusto e, suo malgrado, poichè anche il Signore lo invita ad ascoltare la parola della moglie, relega i due in una remota località desertica. Tuttavia, proprio nel momento in cui sembra che l'interesse politico sia  salvo, ecco che Dio vuole mettere alla prova la fede di Abramo e gli ordina : " Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò". Ed Abramo avrebbe obbedito ciecamente - vorrei dire disinvoltamente, senza interporre un solo tentativo per salvare la vita del figlio, tacendo a Sara il crudele comando del Signore ed ingannando il medesimo Isacco sullo scopo del viaggio che intrapresero verso il monte  - se il Signore stesso non gli avesse fermato in extremiis la mano armata di coltello. In altre parole Abramo sarebbe divenuto, in quanto "Cavaliere della fede", secondo la definizione di Kierkegaard, l'assassino di quel figlio tanto atteso. 

Ora, mi domando : è possibile favoleggiare sulla santità di un uomo siffatto? Esiste un dovere assoluto verso Dio, così come lo concepisce Abramo? E' eticamente giustificabile che egli non abbia rivelato alla madre di Isacco ed a Isacco stesso il vero comando del Signore?

Senonché, proprio nel momento cruciale del sacrificio, il Signore ebbe un opportuno ripensamento: la morale personale non può essere superiore agli interessi di un popolo. La coscienza della colpa individuale non può avere la meglio sulla realizzazione di un ideale collettivo. Isacco non può essere sacrificato non tanto perché innocente quanto perché dalla sua vita dipende il futuro di un intero popolo (Gen., 22).