venerdì 19 ottobre 2012

HO LETTO "LA SCONFITTA DI DIO" DI SERGIO QUINZIO

Ho letto il libro del teologo Sergio Quinzio "La sconfitta di Dio" (Adelphi). Il libro pone, con durezza  una domanda essenziale: "Le promesse di salvezza, di felicità, di pienezza di vita, di pronta giustizia fatte da Dio nella Bibbia e segnatamente nel Nuovo Testamento sono state mantenute? Che ne è stato di quelle promesse?" Sulla risposta non ci possono essere dubbi: non sono state mantenute. Il mondo non ha fatto che raccontare una sequela di vicende fallimentari non solo per gli uomini, ma anzitutto per Dio. Un Dio sconfitto, un Dio senza onnipotenza, ma di cui continuiamo a parlare perchè ce ne hanno inculcato l'idea e la credenza la tradizione e la cultura religiosa dei luoghi in cui siamo nati.
Per Quinzio, la storia del Dio ebraico-cristiano, un Dio profondamente diverso dal motore immobile pagano, è una storia segnata, sin dalle origini, dalla sua sconfitta, come dimostra la tragica vicenda dell'uomo, che inizia dalla Croce e culmina con Auschwitz.
Anche Hans Jonas nel suo libro "Il pensiero di Dio dopo Auschwitz" afferma che Dio non è perfettamente onnipotente e quindi ne contesta il requisito principale della esistenza..
Dice Jonas che l’atto stesso della creazione implica intrinsecamente una negazione parziale dell’onnipotenza divina: creare l’uomo libero significa decretare la possibilità che l’errore, il peccato, la colpa, il dolore, e l’ingiustizia entrino nel mondo. Quinzio ne deduce che ascrivere sempre all’uomo la responsabilità del male significa sposare una visione del mondo molto pia, ma poco convincente sul piano filosofico-teologico.
Insomma, un Dio con dei limiti non ha ragione di essere; se dovessimo ammettere questi limiti ritorneremmo ai semi-Dei dell'antica Grecia.
Oppure Dio è onnipotente, ma non è affatto buono? Ma tale alternativa, nel mentre può trovare molti sostegni testuali nella Bibbia ebraica, dove quel Dio si rivela come un Dio spietato e violento, appare insostenibile a fronte delle prerogative di bontà e di clemenza del Dio che ci presenta la Bibbia dei Vangeli.

martedì 16 ottobre 2012

ANCORA SUL PROBLEMA DIO

Da ultimo il Cardinale Camillo Ruini ha pubblicato il libro "Intervista su Dio", nel quale affronta la questione dell'esistenza di Dio muovendo dalle domande che in merito gli rivolge Andrea Galli.
Ho letto il libro e trovo che l'alto prelato ed il suo interlocutore abbiano tratto molti spunti dialettici dal pensiero di Hans Kung, il teologo cattolico dalla fede profonda e dalla innata diffidenza nei confronti di ogni assolutismo  (v. "Dio esiste? Una risposta al problema di Dio nell'età moderna"; "Ciò che credo") 
Innanzitutto per Ruini il problema dell'esistenza di Dio è teoreticamente proponibile : il neopositivismo e la filosofia analitica del Novecento erroneamente ne avrebbero sostenuto la improponibilità sulla base della considerazione che qualsiasi soluzione, ovvero qualsiasi risposta alla domanda "Dio esiste?" non è verificabile alla luce dell'esperienza. E' proponibile perchè esso nascerebbe spontaneamente dal dinamismo intrinseco della nostra intelligenza, dal nostro continuo interrogarci senza limiti, dalla nostra ragione che vuol darsi contezza della realtà umana e della sua storia.
Sia pure. Non è dubbio che l'uomo vuol dar sfogo al suo anelito di verità o al suo desiderio di trovare un senso ed una consolazione alla sua contingenza ed alla paura della morte. Ma ciò comporta - come ammette lo stesso scrittore - che la domanda su Dio non si può porre in modo puramente oggettivo o scientifico perchè essa è l'espressione del coinvolgimento soggettivo della persona che inevitabilmente la pone per dare un senso ed una direzione alla sua esistenza.
Ruini indica anche il percorso che l'individuo deve compiere per conseguire una risposta positiva. 
Mi è sembrato di capire che per l'autore  l'uomo deve partire dal suo essere, dalla sua esperienza del mondo e dal riconoscimento dell'insufficienza intrinseca della sua esistenza. Conseguentemente, la sua intelligenza, sollecitata da tale constatazione, sente la necessità di risalire ad un'esistenza che sia invece autosufficiente e che renda intelligibile il miracolo della esistenza dell'uomo e della natura. A condizione che sappia eliminare o ridimensionare le limitazioni che si frappongono alla sua volontà e alla libertà di scelta di un siffatto percorso: limitazioni che provengono dalla società, dalle istituzioni, dalle strutture economiche, culturali e religiose.
Peccato che alla fine del libro Ruini sembra perdere di vista le suddette indicazioni di libertà e di scelta individuali nell'intraprendere la via dell'incontro con Dio, in quanto afferma che dell'esistenza di Dio possiamo avere una "certezza grande e piena" e che però questa certezza è diversa da qualsiasi certezza mondana. Per lui, come per Blaise Pascal, Dio non può essere "tentato", non può "essere messo alla prova", ma deve essere cercato con umiltà, con sincerità di cuore e con fiducia nel messaggio evangelico, insomma con la "fede".
Niente di nuovo per la teologia cristiana, cattolica o protestante. 
D'altra parte, ad inizio di libro, quando Galli gli chiede "Chi è Dio per il Cardinale Ruini?" egli risponde: "Per me Dio è colui di cui parla la fede della Chiesa"; e, poco dopo, precisa: "La fede è prima di tutto un dono, un grande regalo che Dio ci fa perchè possiamo costruire su di esso la nostra vita". Dunque, 277 pagine di dotte argomentazioni filosofiche e teologiche per ritornare all'assunto iniziale: Dio è l'essere assoluto, personale, trascendente, onnipotente e onnisciente rivelato dalla fede; e la fede non è una conquista dell'uomo, ma è un regalo di Dio. 
Una conclusione dogmatica cui il Magistero della Chiesa è già pervenuto da tempo.
Non è allora il caso di proclamare che il problema Dio è un problema senza soluzione di ragione e che il suo oggetto - parafrasando Carl Gustav Jung - consiste nella ricerca di un Dio conosciuto attraverso vie sconosciute?

venerdì 5 ottobre 2012

COME SPIEGARE GLI ORRORI DELLA BIBBIA EBRAICA?

Nel suo libro Non avrai altro Dio. Il monoteismo ed il linguaggio della violenza (Il Mulino, 2007) Jan Assmann rileva che nei testi canonici delle Bibbia ebraica, da cui nascono le grandi religioni monoteiste, i temi della violenza, dell'odio, dei massacri, delle persecuzioni, degli stupri, degli incesti e della colpa assumono un significato specificatamente religioso in quanto coinvolgenti la volontà di quel Dio. Una volontà, per altro, non sempre imparziale e conforme al giusto, secondo il comune sentire.

Osserva Assmann che la Bibbia scritta prima dell'avvento di Cristo è formata da una tumultuosa raccolta di testi disparati, scritti in diverse lingue, durante un arco temporale plurisecolare. Molti di essi grondano sangue e violenza, efferatezze e morbosità, razzismo e sadismi, fino a rappresentare la negazione dei successivi dettami evangelici. Per di più, un Dio punitivo, crudele, vendicativo, spietato governa l'Antico Testamento, mentre un Dio clemente e salvifico che si fa uomo attraverso il Figlio per riscattare con la di Lui crocifissione l'umanità peccatrice illumina il Nuovo Testamento. Come allora sostenere la unità nella continuità di tutta la Scrittura, come vuole la dottrina cattolica?

Insomma, Assmann pone il problema della interpretazione della Bibbia ebraica che la Chiesa cattolica non è riuscita a risolvere in maniera convincente.

Nel 1870 il Concilio Vaticano I affermò che la Chiesa attribuisce ai libri biblici sacralità e canonicità non perchè composti per opera dell'uomo e poi approvati dalla autorità ecclesistica e neppure perchè contengono senza errore la rivelazione, bensì perchè scritti sotto ispirazione dello Spirito Santo, cioè perchè hanno Dio per autore.
Però, nel 1965 il Concilio Vaticano II precisò che per la composizione dei libri sacri Dio scelse e si servì di uomini in possesso delle loro facoltà e capacità, affinchè agendo Egli stesso e per loro mezzo, scrivessero come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che Egli  voleva fossero scritte. Insomma, per la prima volta in un documento ufficiale cattolico l'agiografo umano è considerato vero autore e viene negata la concezione letteralistica dell'ispirazione.
Per superare la contrapposizione concettuale generata dalle due pronunce conciliari, nel 1993 la Pontificia Commissione Biblica ha diffuso un documento per indicare le strade da percorrere per arrivare ad un'interpretazione della Bibbia la più fedele possibile al suo carattere insieme umano e divino. 
 Con tale intento, il documento vaticano respinge preliminarmente con fermezza la "lettura fondamentalista" della Sacra Scrittura, cioè quella di tipo letterale, opinando che la lettura fondamentalista - che ha avuto la sua origine, all'epoca della Riforma, da una preoccupazione di fedeltà al senso letterale della Scrittura - parte dal principio che la Bibbia, essendo parola di Dio ispirata ed esente da errore, deve essere letta e interpretata letteralmente in ogni suo dettaglio. Essa, perciò, si opporrebbe alla interpretazione basata sulla utilizzazione del metodo storico-critico, considerando come storico tutto ciò che è riferito o raccontato con verbi al passato, senza la necessaria attenzione alla possibilità di un significato simbolico o figurativo. Di conseguenza, nel tentativo di attenuare, dissimulare, minimizzare i contenuti più aberranti della Bibbia ebraica, la Pontificia Commissione Biblica invoca la via dell' "attualizzazione" della Scrittura. Secondo la Commissione, i testi della Bibbia ebraica sono stati redatti in funzione di circostanze passate ed in un linguaggio condizionato da epoche diverse: per comprendere la portata che i testi hanno per gli uomini e le donne di oggi occorre leggere i messaggi che contengono alla luce delle circostanze presenti ed esprimerli in un linguaggio adatto al tempo presente. Ciò comporta una sforzo ermeneutico che miri a discernere attraverso il condizionamento storico i punti essenziali dei messaggi originari che conservano una loro indiscussa verità e che non possono essere manipolati. Pertanto la pratica dell'attualizzazione deve rispettare certi limiti e guardarsi da possibili deviazioni, come le letture tendenziose, cioè quelle che utilizzano il testo per fini settari, e quelle che si orientano in senso contrario alla giustizia ed alla carità evangelica, cioè quelle  che impedirebbero di riconoscere nel Nuovo Testamento il compimento ed il superamento dell'Antico.

In definitiva, per la Chiesa di Roma la Bibbia ebraica sarebbe un documento eterno ed imperituro e tuttavia dovrebbe  essere periodicamente attualizzato, fermo restando che il processo di attualizzazione dovrebbe rispettare "certi limiti", per non rischiare deviazioni; limiti ovviamente stabiliti dalla stessa Chiesa.

Ma per Jan Assmann (v. opera citata) il processo di attualizzazione dell'Antico Testamento è un mero bizantinismo che non cancella i contenuti aberranti, belluini, ripugnanti, inaccettabili di alcune pagine che lo compongono, in cui si alternano massacri, stragi, omicidi, flagelli, vendette ed altri orrori compiuti in nome di Dio. E non si tratterebbe di semplici retaggi del remoto passato biblico che l'esegesi storico-critica deve rendere compatibili con l'attuale sentire dell'uomo, bensì di quella violenza insita nella concezione del Dio unico ed assolutistico delle religioni monoteistiche..