Le gerarchie della Chiesa cattolica, avide di potere temporale e di beni terreni, hanno fornito in tutti i tempi occasioni di scandalo, cioè di forte turbamento morale nei suoi fedeli, ovviamente in quelli che credono ad occhi aperti. Come sta avvenendo in questi giorni, dopo la pubblicazione del libro di Gianluigi Nuzzi "
Sua Santità" e gli strascichi che ne sono scaturiti
.
Alla luce di quanto premesso, può ancora resistere la tradizione del fondamento divino della Chiesa cattolica?
Fra i discepoli di Gesù, Pietro è certamente quello che emerge sia per le sue molteplici dimostrazioni di fede, sia per le sue cadute. Il suo nome era Simone, ma Gesù gli diede il nome di Pietro. L'episodio che, senza alcun dubbio, lo ha reso celebre a tutti i posteri cristiani, è quello in cui Gesù ebbe a dirgli: “E anch'io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte del soggiorno dei morti non la potranno vincere” (Mat., 16:18).
La domanda a cui si desidera rispondere è questa: "Con le parole pronunziate da Gesù rivolte a Pietro, come abbiamo letto nel Vangelo di Matteo, è vero che Gesù ha eletto Pietro a capo della Chiesa? E, se non ha voluto far questo, quale significato dobbiano ad esse riconoscere?" Qui bisogna prendere in esame il Vangelo di Giovanni ed il colloquio che in ultimo si svolge tra Gesù e Pietro (Giov., 21, 15-17)
L’antica tradizione ecclesiale afferma che il quarto vangelo fu scritto dall’apostolo Giovanni, il prediletto di Cristo, quando aveva raggiunto l’estrema vecchiezza nella comunità cristiana di Efeso. Esso si conclude con uno sguardo alla Chiesa che avrebbe dovuto continuare l’opera del Cristo nel mondo. A tal fine Gesù avrebbe conferito a Pietro il primato promessogli in Matteo (16, 17-19), dopo che il discepolo ripara, con una professione di amore assoluto, al triplice rinnegamento di cui si era macchiato durante la Passione.
Usualmente, la conversazione di Gesù con Pietro è tradotta così:
“Quando ebbero mangiato Gesù disse a Simon Pietro: Simone figlio di Giovanni, tu mi ami più di costoro? Gli rispose: Certo, Signore, tu lo sai che ti amo. Gli disse: Pasci i miei agnelli. Gli disse di nuovo: Simone figlio di Giovanni, mi ami? Gli rispose: Certo, Signore, tu lo sai che ti amo. Gli disse: Pasci le mie pecorelle. Gli disse per la terza volta: Simone figlio di Giovanni, mi ami? Pietro rimase addolorato che per la terza volta Gesù gli dicesse "Mi vuoi bene?", e gli disse: Signore, tu sai tutto: tu sai che ti amo. Gli rispose Gesù: Pasci le mie pecorelle.”
Ma il teologo laico Igor Siboldi (“I maestri invisibili”, Mondadori) sostiene che è una traduzione sbagliata, che rende il brano incomprensibile, e che l'errore è talmente clamoroso che non può essere spiegato come una svista. Il testo originale in greco dice infatti: “Quando ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: Simone figlio di Giovanni, tu mi ami più di loro? Pietro gli rispose: Signore, si, tu sai che ho molto affetto per te. Gesù gli disse: Pasci i miei agnelli. Gli disse di nuovo: Simone figlio di Giovanni, tu mi ami? Pietro gli rispose: Signore, si, tu lo sai che ho molto affetto per te. Gesù gli disse: Pasci le mie pecorelle. Gli disse per la terza volta: Simone di Giovanni, hai dunque molto affetto per me? Pietro rimase addolorato che questa terza volta gli dicesse soltanto hai dunque molto affetto per me? e disse: Signore, tu sai tutto, tu lo sai che io ho, sì, molto affetto per te. Gli rispose Gesù: Perciò pasci le mie pecorelle.”
In effetti, nel testo originale, Gesù domanda due volte a Pietro: “
Agapas me?”, cioè: “Mi ami, di amore profondo?”, e in tutte e due le volte Pietro dice “
Philo te”, cioè: “Ti voglio bene, mi sei caro”. La terza volta Gesù gli domanda “
Phileis me?”, cioè: “Dunque mi vuoi soltanto bene? Nulla di più?” e Pietro ammette, tristemente che così è. Gesù chiede amore a Pietro e Pietro non ne prova. Gesù torna a chiedere, e tutti si accorgono che Pietro può dare a Gesù soltanto un po'di affetto.
Dunque, sono soltanto le versioni sbagliate del passo evangelico che producono l’idea che con quelle tre domande Gesù stesse riscattando, come in un facile rituale di espiazione, i tre rinnegamenti commessi da Pietro la notte dell’arresto, e che, come ricompensa per l’espiazione avvenuta, abbia voluto affidare a Pietro il ruolo di pastore del gregge cristiano. In realtà è il contrario: proprio perché Pietro non sa, non osa provare profondo amore per Gesù, Gesù gli affida soltanto la funzione di pastore, ma di pastore di pecorelle, nemmeno di pecore. Una funzione di apprendista pastore. È come se gli dicesse: “Purtroppo, tu puoi solo fare il capo di piccole comunità”.
Nella traduzione latina l'errore è ancora più sfrontato: Gesù domanda due volte a Pietro: “
Diligis me?”, cioè “Ti sono caro? Hai un po' di affetto per me?” e Pietro risponde: “
Amo te”, cioè “Ti amo”. E la terza volta Gesù domanda: “
Amas me?” e Pietro sempre più convinto esclama: “
Amo te”. Ne risultava l'esatto contrario del testo greco, e Pietro viene presentato come un discepolo appassionato, a maggior gloria della Grande Chiesa (nella quale il greco, dopo il III secolo, era parlato da pochi!). Il seguito della conversazione tra Gesù e Pietro - nel testo originale - mostra bene, del resto, quale fosse l'opinione di Gesù riguardo a quel suo pastore di pecorelle : “È cosi, è così, è l’Io stesso a dirtelo: quando eri più giovane tu indossavi le tue vesti da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e altri ti faranno indossare le vesti, e ti porteranno dove tu non vuoi. Questo gli disse per indicare con quale morte Pietro avrebbe glorificato Dio. E detto questo, Gesù aggiunse: Ma tu segui l’Io” (Giov, 21, 18-19).
“Con quale morte avrebbe glorificato Dio”! Sono parole molto dure. Nella Grande Chiesa potevano essere lette, sì, con qualche sforzo, come un'esaltazione del martirio; ma pesa comunque quell’elemento di morte, il modo con cui la Grande Chiesa onorava Dio, secondo l'evangelista. E la profezia di Gesù è cupa: Pietro vuol essere un pastore e non sa amare abbastanza; la sua libertà finirà perciò ben presto, altri gli metteranno quei paramenti a cui la Grande Chiesa teneva tanto e condurranno la Grande Chiesa dove occorrerà a loro. Se queste parole non vennero scritte dopo il 313, anno dell'alleanza tra la Grande Chiesa e l'Impero, o qualche decennio prima quando la setta di Mitra stava filtrando nella Grande Chiesa con l'intento di prenderne il controllo, certamente le si può leggere come una profezia storicamente molto precisa. Per altro, quel “venire cinto e portato dove non vuoi” descrive con spietata immediatezza la sorte che di consueto tocca ai capi, ai padri spirituali, ai pastori di greggi, nel Noi che inevitabilmente finisce per coinvolgerli e permearli. Ma “Tu segui l' Io”, aggiunge Gesù; cioè: in ogni caso, tu cerca la tua via autentica, per quanto potrai, come potrai.
Naturalmente i teologi cattolici sono di tutt'altro avviso. Silvio Romani scrive: “Se successore di S. Pietro non è il Papa, non è nessun altro: così nessuna Chiesa sarebbe la Chiesa di Cristo, ed il Cattolicesimo, fondato da Cristo, come Cristo l'ha voluto, sarebbe stato liquidato da Nerone con la morte di Pietro, e Cristo nella sua più solenne promessa, sarebbe stato smentito dal fatto, appena un trentennio dopo. Il Papa, dunque, è investito degli stessi poteri e doveri di Pietro e delle sue stesse prerogative, come la Chiesa da venti secoli confessa”. (v. Silvio Romani in “Enciclopedia del Cristianesimo”, voce “Papa”). Lo stesso Romani, parlando del primato di Pietro (v. voce “Primato”) dice: “Primato: sommo potere conferito da Gesù a Pietro, che racchiude non soltanto una preminenza onorifica, ma anche una vera e propria autorità e giurisdizione su tutti gli altri Apostoli. Dal Vangelo risulta chiaramente la promessa di questo primato: (tu sei Pietro etc.) e il conferimento (pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle). Dagli Atti degli Apostoli risulta poi, che Pietro, consapevole di questa giurisdizione, la esercitò fortemente nella Chiesa primitiva e nessuno osò negargliela come un'usurpazione indebita”.
Per contro, Michele Mascitti (v. il Mensile OnLine “Il cristiano”, maggio 2001) manifesta la sua convinzione che Gesù non ha mai voluto né autorizzato questo primato e che Pietro non ha mai ricoperto il ruolo di Vicario di Cristo. Assume lo studioso :.
• che non è vero che Pietro è stato costituito da Cristo Capo della Chiesa;
• che non è vero che ha esercitato il Primato in seno alla Chiesa primitiva;
• che non è vero che nessuno osò negarglielo come fosse una usurpazione;
* che non è vero che Pietro è stato a Roma.
In realtà vi sono varie ragioni che sembrano confermare i suddetti assunti che, se verificati, ci inducono a codividere le conclusioni del Siboldi. Vediamo di argomentare tali ragioni.
1. Intanto, deve osservarsi che la dichiarazione di Gesù: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” è riportata soltanto dall'evangelista Matteo. Gli altri tre evangelisti hanno tutti e tre raccontato l'episodio della testimonianza di Pietro e tutti e tre concludono il loro dire con le parole che Pietro rivolge a Gesù dicendogli: “Tu sei il Cristo , il Figlio dell'Iddio vivente” (Mc., 8:29; Lu., 9:20; Gv., 6:68, 69). Tutti e tre gli evangelisti omettono il resto dell'episodio. Quindi apprendiamo solo da Matteo che Gesù ha detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Come mai gli altri tre evangelisti omettono questa frase rivolta da Gesù a Pietro? Secondo alcuni, questa risposta di Gesù sarebbe stata interpolata nel IV secolo per sostenere la tesi che Pietro era stato costituito da Cristo capo di tutta la Chiesa. Ed infatti, se Gesù avesse voluto veramente mettere Pietro a capo della Sua Chiesa, l'omissione della frase negli altri tre Evangeli non si spiega. Perché noi sappiamo che gli evangelisti hanno scritto gli Evangeli sotto la guida e l'ispirazione dello Spirito Santo e questo di per sé già escluderebbe che possa esserci stata una tale omissione, in quanto non è concepibile una ispirazione dello Spirito Santo diversa in ciascuno di loro. Appare, perciò, verosimile che da bravi conoscitori del messaggio di Gesù, essi sapevano che il Maestro con quelle parole da loro omesse, non intendeva elevare Pietro a capo della Cristianità, della Sua Chiesa Universale. Molte cose hanno dovuto omettere gli evangelisti nei loro Evangeli, anche per motivi di spazio: l'evangelista Giovanni (21:25) lo ha dichiarato dicendo: “Or vi sono ancora molte altre cose che Gesù ha fatte; se si scrivessero a una a una, penso che il mondo stesso non potrebbe contenere i libri che se ne scriverebbero”. Quindi bisogna ritenere che gli Evangelisti si sono limitati a riportare i fatti salienti, e per gli altri tre Evangelisti i fatti salienti, più importanti relativi alla conversazione di Gesù con i Suoi discepoli in Cesarea di Filippi, erano costituiti dalla confessione di fede di Pietro: “Tu sei il Cristo il Figlio dell'iddio vivente”. Giovanni nel suo Evangelo (20:31) lo dichiara solennemente, dicendo: “Ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome”.
Un’ulteriore considerazione: con riguardo alle parole di Gesù rivolte a Pietro (“Tu sei Pietro ed io su questa pietra edificherò la mia Chiesa”) va osservato che il significato greco dei vocaboli impiegati nel Sacro Testo è diverso:
Petros significa
ciottolo, una qualunque pietra;
Petra, invece, significa
roccia, macigno. Una più precisa traduzione del testo originale sarebbe questa: “Tu sei un ciottolo, ed io su questa roccia (la tua affermazione) edificherò la mia Chiesa”. Questa più precisa traduzione del testo originale greco eviterebbe l'errore che induce a confondere il significato di “
petros” con “
petra”. Cristo, infatti, non ha edificato la Sua Chiesa su un ciottolo qualunque, ma l'ha edificata sulla roccia. E se per noi è difficile comprendere chi sia questa roccia, non lo era per i discepoli, i quali sapevano che la roccia è Cristo, come dice Paolo in 1 Corinzi 10:4 (“bevvero tutti la stessa bevanda spirituale, perché bevevano alla roccia spirituale che li seguiva; e questa roccia era Cristo”).
2. Nell'Evangelo di Luca (22, 24-27) leggiamo quanto segue: “Fra di loro (i discepoli) nacque anche una contesa: chi di essi fosse considerato il più grande. Ma egli disse loro: «I re delle nazioni le signoreggiano, e quelli che le sottomettono al loro dominio sono chiamati benefattori. Ma per voi non deve essere così; anzi il più grande tra di voi sia come il più piccolo, e chi governa come colui che serve. Perché, chi è più grande, colui che è a tavola oppure colui che serve? Non è forse colui che è a tavola? Ma io sono in mezzo a voi come colui che serve” Questa contesa avvenne tra i discepoli dopo aver celebrato l'ultima cena con il loro Signore, quando cominciarono a intuire che Gesù parlava della sua morte. Questa avvenne, quindi, molto tempo dopo che Gesù ebbe a dire a Pietro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Orbene, se con queste parole Gesù avesse costituito Pietro capo della Chiesa, questa contesa fra i discepoli non sarebbe sorta, perché essi avrebbero ben saputo che Gesù aveva costituito Pietro come loro futuro capo. Ma essi disputavano per sapere chi di loro fosse reputato maggiore, perché alle parole rivolte da Gesù a Pietro non avevano dato il significato di una elezione a capo della Chiesa.
Qualcuno può osservare che i discepoli non avevano compreso le parole di Gesù, come del resto non avevano compreso molte altre cose, altrettanto importanti. Anche ammettendo questa ipotesi, l'episodio narrato da Luca, non si ferma alla disputa fra i discepoli, ma ha anche un seguito: Luca ci dice che Gesù intervenne nella loro disputa. Orbene, se Gesù avesse costituito Pietro come capo della Chiesa, avrebbe detto loro: “Perché disputate? Non ricordate che in Cesarea di Filippi ho costituito Pietro come vostro capo e capo della Chiesa?”. Al contrario, invece, Gesù intervenne per dichiarare loro che nessuno doveva ambire al primato per signoreggiare sul gregge, ma che coloro che avessero voluto essere grandi dinanzi agli occhi dell'Eterno, avrebbero dovuto comportarsi da servi, come Egli si era comportato, servo. Con il Suo intervento Gesù elimina l'idea che, con le parole rivolte a Pietro in Cesarea di Filippi, lo abbia costituito Principe degli Apostoli e capo di tutta la Chiesa.
3. L'evangelista Matteo, lo stesso che ha riportato nel suo Vangelo le parole di Gesù che noi stiamo esaminando, riporta un altro discorso che Gesù fece ai suoi discepoli in un'altra circostanza; infatti, Gesù ebbe a dir loro: “Ma voi non vi fate chiamare «Rabbì»; perché uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli. Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. Non vi fate chiamare guide, perché una sola è la vostra Guida, il Cristo”. Anche questo discorso, è stato fatto dopo aver detto a Pietro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa” e anche qui dissipa ogni idea di primato. Con questa Sua dichiarazione, Gesù stabilisce due principi: a) la perfetta eguaglianza fra i discepoli; nessuno di loro avrebbe dovuto farsi chiamare dagli altri: Maestro, Padre, Guida, dovendosi fra loro considerare tutti fratelli, nessuno maggiore degli altri; b) con questa categorica proibizione di farsi chiamare dagli altri uomini: Maestro, Padre, Guida, ci dice che questi attributi appartengono a Dio Padre e a Lui solo. Gesù aveva dunque stabilito l'uguaglianza di tutti gli apostoli e di tutti i membri della Chiesa, locale e universale nella quale solo lo Spirito Santo è il suo degno rappresentante, e non un uomo: “Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi rammenterà tutto quello che v'ho detto” (Gv 14:26). È Lui il delegato, il Vicario, non un uomo! Perciò, Egli ha proibito ai discepoli di tutti i tempi, di assumere le funzioni di capo di tutta la Chiesa. Ne consegue che chi si appropria di questi attributi, se ne appropria arbitrariamente, usurpando ciò che appartiene a Dio. Per questa ragione Gregorio I detto Magno, Vescovo di Roma, scrisse una lettera al Patriarca metropolitano di Costantinopoli, Giovanni, il Digiunatore, che aveva assunto il titolo di Vescovo Universale, dicendogli: “Io dichiaro positivamente e liberamente che chiunque si fa chiamare Vescovo Universale, o vuole che gli si dia un tale titolo, ha l'orgoglio ed il carattere dell'anticristo, di cui egli è il precursore” (Ep.VI, 80: citata da E. Meynier: in Storia dei Papi, tipografia Alpina Torre Pellice 1932 pag. 71).
4. Pietro non ha mai esercitato le funzioni di Capo della Chiesa. Dopo l'ascensione di Gesù in cielo, non ha mai esercitato le funzioni di principe degli apostoli e della Chiesa. Dalla Parola di Dio risulta che nessuna particolare funzione sia stata mai compiuta da Pietro. Anzi:
a) l'apostolo Pietro, in un discorso rivolto a circa 120 persone radunate, fece loro rilevare che il tradimento di Giuda e il suo successivo suicidio avevano fatto scendere il numero dei discepoli da 12 a 11; e qui suggerì di procedere all'elezione del dodicesimo apostolo scegliendolo fra coloro che erano stati in compagnia di Gesù a cominciare dal battesimo di Giovanni sino alla Sua ascensione. Ad eleggere il dodicesimo apostolo, però, non fu Pietro ma si “tirò a sorte” tra due discepoli che avevano questi requisiti, e la sorte cadde su Mattia che fu associato agli undici. (At 1:26). Se Pietro avesse esercitato la funzione di capo del gruppo, nello stesso modo come Gesù aveva eletto i 12 discepoli, egli avrebbe eletto il dodicesimo venuto meno. Ma non fu lui ad eleggerlo, perché non ha mai esercitato la funzione di Capo;
b) moltiplicandosi il numero dei convertiti, aumentavano anche le esigenze. Gli apostoli non tenevano dietro a tutti i servizi e necessità. Gli apostoli fecero presente a tutti i membri della Chiesa che era necessario trovare tra i membri sette uomini, dei quali si fosse avuta ottima testimonianza e che essi avrebbero costituito come diaconi. Quando questi sette uomini furono trovati, i membri “li presentarono agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani” (At., 6,6). Non fu Pietro ad eleggere i diaconi, ma avrebbe dovuto farlo lui se avesse esercitato la funzione di capo della Chiesa. Fu la Chiesa a scegliere gli uomini e il collegio degli apostoli a consacrarli come Diaconi;
c) in seguito ad una persecuzione a cui andò incontro la Chiesa di Gerusalemme, tutti furono dispersi, tranne gli Apostoli. I dispersi uscirono da Gerusalemme e cominciarono ad annunziare altrove il messaggio della Buona Novella. Con gioia i Samaritani accettarono il messaggio di salvezza annunziato loro da Filippo che era uno dei Diaconi. Era indispensabile che l'opera da lui iniziata fosse portata a compimento dagli Apostoli. Se Pietro fosse stato il Capo della Chiesa, egli stesso, venuto a conoscenza di questa esigenza, avrebbe inviato in Samaria uno degli Apostoli. Leggiamo, invece, che “gli Apostoli che erano a Gerusalemme, avendo inteso che la Samaria aveva ricevuto la Parola di Dio, vi mandarono Pietro e Giovanni” (At 8,14). Pietro, dunque, anziché ordinare ad altri di andare, ha ricevuto lui l'ordine di andare, perché non era il Capo della Chiesa;
d) l'Evangelo era stato annunziato anche ai pagani, e molti di loro si erano convertiti al Cristianesimo. Ma, le Chiese Cristiane, fino ad allora, erano formate, da credenti che provenivano dal Giudaeismo, i quali erano tutti circoncisi, mentre i pagani non lo erano. Perciò nacque una discussione, perché alcuni fra i Giudei convertiti, affermavano che i pagani convertiti dovevano anche loro essere circoncisi secondo il rito di Mosè per essere salvati. Altri Giudei convertiti, invece, erano pienamente convinti che ai fini della salvezza la circoncisione non aveva alcun valore. Come si risolse la situazione? Fu stabilito che le parti controverse, rappresentate dai più ragguardevoli, “salissero a Gerusalemme dagli Apostoli e Anziani per trattare questa questione”. (At 15.2). Ebbene, se Pietro fosse stato il Capo della Chiesa, egli stesso avrebbe dovuto convocare quei credenti per risolvere la controversia dando delle direttive secondo i suggerimenti dello Spirito Santo. Rileviamo invece che non fu Pietro a convocare la Conferenza di Gerusalemme ma le Chiese nelle quali era nato il dissenso; non fu Pietro a presiedere la Conferenza e a proclamare quanto era stato stabilito; perciò, risulta che anche in occasione della Conferenza di Gerusalemme, Pietro non ha esercitato la funzione di Capo della Chiesa. Infatti leggiamo: “Allora gli apostoli e gli anziani si riunirono per esaminare la questione. Ed essendone nata una vivace discussione, Pietro si alzò in piedi e disse: «Fratelli, voi sapete che dall'inizio Dio scelse tra voi me, affinché dalla mia bocca gli stranieri udissero la Parola del vangelo e credessero. E Dio, che conosce i cuori, rese testimonianza in loro favore, dando lo Spirito Santo a loro, come a noi; e non fece alcuna discriminazione fra noi e loro, purificando i loro cuori mediante la fede. Or dunque, perché tentate Dio mettendo sul collo dei discepoli un giogo che né i padri nostri né noi siamo stati in grado di portare? Ma noi crediamo per essere salvati mediante la grazia del Signore Gesù allo stesso modo di loro»”. È evidente qui che Pietro non ha aperto i lavori della Conferenza per ricevere i convenuti e presentare il dilemma da affrontare. È detto, infatti, che prima che Pietro aprisse la bocca per parlare, era nata “una vivace discussione” fra i convenuti. Inoltre Pietro, nel prendere la parola, reclama l'ascolto non come Capo della Chiesa, ma come colui che prima era stato eletto da Cristo Gesù per portare l'evangelo ai Gentili, riferendo che Dio aveva dato lo Spirito Santo ai Gentili, che non erano circoncisi, deducendone che la circoncisione non era indispensabile ai fini della salvezza. Pietro non fu neppure l'ultimo a parlare per concludere i lavori della Conferenza in quanto dopo di lui parlarono Barnaba, Paolo ed infine per concludere i lavori parlò Giacomo, il fratello di Gesù, Anziano della Chiesa di Gerusalemme. A concludere i lavori della Conferenza fu, dunque, Giacomo con una proposta conclusiva approvata dal collegio degli Apostoli ed inviata tramite lettera alle chiese. Pietro, in tutto questo, non ha avuto una funzione direttiva. Nel risolvere il problema, si è uniformato agli ordini impartiti da Dio Padre, da Gesù Cristo e dallo Spirito Santo. Pietro, dunque, non ha esercitato la funzione di Capo della Chiesa in nessuna circostanza, come le vicende del libro degli Atti ci ricordano.
5. Non prove storiche ma tradizioni e romanzi riportano che Pietro sia stato a Roma, per 25 anni, dal 42 al 67. Nella lettera ai Galati, 2, 6-9, l'apostolo Paolo scrive: "Ma quelli che godono di particolare considerazione (quali già siano stati a me non importa; Dio non ha riguardi personali) quelli, dico, che godono maggiore considerazione non m'imposero nulla di più; anzi quando videro che a me era stata affidata la evangelizzazione degli incirconcisi, come a Pietro quella dei circoncisi (ebrei) - (poichè Colui che aveva operato in Pietro per farlo apostolo della circoncisione aveva anche operato in me per farmi apostolo dei gentili) - e quando conobbero la grazia che m'era stata accordata, Giacomo, Cefa (Pietro) e Giovanni, che son reputati colonne, dettero a me ed a Barbara la mano di associazione perchè noi andassimo ai gentili ed essi ai circoncisi". Infatti troviamo Paolo in Grecia, Macedonia (At., 17, 18 e 20), in Italia, a Roma (At., 27 e 28), mentre Pietro era a Gerusalemme, Babilonia, ecc. In particolare: 1) Pietro era a Gerusalemme, dopo la resurrezione di Gesù (At., 1,14); 2) Pietro fu inviato dagli apostoli in Samaria, assieme a Giovanni (At.,8, 14); 3) nell'anno 42 Pietro era a Gerusalemme, dove fu visitato da Paolo, tre anni dopo la conversione di questo, avvenuta nell'anno 39; 4) Pietro andò a Lidda (At., 9,32); 5) Pietro andò a Ioppe dove dimorò molti giorni (At., 9,43); 6) Pietro andò a Cesarea per alcuni giorni (At., 10,48); 7) Pietro ritorna a Gerusalemme (At., 11,2); 8) il re Agrippa, un anno prima della sua morte (45) fece arrestare Pietro in Gerusalemme (At., 12,3). Dopo la sua liberazione, Pietro "se ne andò in un altro luogo" (At., 12,17), tanto piccolo da non essere nominato, come le piccole cittadine di Lidda e Ioppe; 9) nella conferenza di Gerusalemme "fu deciso che Paolo e Barbara salissero a Gerusalemme agli apostoli ed anziani" (At., 15,2), dove c'era anche Pietro; 10) nell'epistola di Paolo ai romani, scritta nell'anno 58 da Corinto, l'apostolo si dichiara "pronto ad annunziare l'evangelo anche a voi che siete in Roma" avendo l'ambizione di predicare là dove Cristo non fosse stato nominato per non edificare sul fondamento altrui (1, 15; 15,20). Alla fine dell'ultimo capitolo egli rivolge i suoi saluti a ben 26 componenti della comunità cristiana romana, ma fra essi il nome di Pietro non figura; 11) Paolo, arrivato a Roma nell'anno 61 "convoca i principali fra i giudei" (At., 28,17) i quali gli dicono di volere consocere quello che egli pensa di questa "setta" (cristianesimo), perchè "è noto che da per tutto essa incontra opposizione" (At., 28,22). Nessuna menzione di Pietro e del suo apostolato di ben 19 anni!; 12) dopo aver preso in fitto una casa di Roma per due anni (At., 28,30), verso l'anno 63, Paolo scrisse una lettera ai Colossesi. Questa lettera termina con i soliti saluti di fratelli della chiesa di Roma e di compagni di prigionia. Nessun saluto e notizia di Pietro!; 13) alla fine della breve lettera (scritta a Roma nell'anno 67 e diretta a Filemone) Paolo, "vecchio" (1,9), invia i soliti saluti dei componenti della comunità cristiana romana (23-24): nessuna menzione di Pietro; 14) la tradizione cattolica dice che Pietro fu martirizzato nell'anno 67 quando anche fu ucciso Paolo, il quale scrisse da Roma la sua seconda lettera a Timoteo. Al termine di questa lettera, Paolo, riferisce: "quanto a me io sto per essere offerto in libagione e il tempo della mia dipartenza è giunto" (4,6). "Luca solo è con me" (11). “Tutti mi hanno abbandonato” (16). Nessuna notizia di Pietro. Infatti Pietro era in Babilonia (I lettera di Pietro, 5,13) sul campo che il Signore gli aveva affidato per predicare il Vangelo.