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Dal libro di Michele Serra "Gli sdraiati":
«Eri sdraiato sul divano, dentro un accrocco spiegazzato di cuscini e briciole. Annoto con zelo scientifico, e nessun ricamo letterario. Sopra la pancia tenevi appoggiato il computer acceso. Con la mano destra digitavi qualcosa sullo Smartphone. La sinistra, semi-inerte, reggeva con due dita, per un lembo, un lacero testo di chimica, a evitare che sprofondasse per sempre nella tenebrosa intercapedine tra lo schienale e i cuscini, laddove una volta ritrovai anche un würstel crudo, uno dei tuoi alimenti prediletti. La televisione era accesa, a volume altissimo, su una serie americana nella quale due fratelli obesi, con un lessico rudimentale, spiegavano come si bonifica una villetta dai ratti. Alle orecchie tenevi le cuffiette, collegate all’iPod occultato in qualche anfratto: è possibile, dunque, che tu stessi anche ascoltando musica».
In tal modo l'autore descrive il figlio: occhi, orecchie, sensi, polpastrelli attaccati a terminali che trasmettono dati ricevuti inutilmente perchè improduttivi di dialogo, di attività, di aspirazioni.
Un iperconnesso sdraiato, cioè un adolescente infingardo, incapace di pensieri e fantasie costruttivi, di iniziarive positive.
Un po' come quel giovane della "Meglio gioventù " (l'opera poetica di Pier Paolo Pasolini) il quale non sa fare altro che accontentarsi. Infatti dice: "Giovane, mi accontento del Sabato; povero, mi accontento della gente; vivo, mi accontento dell' aria. Sono abituato al male del Sabato". E si accontenta perchè conosce soltanto l' "hic et nunc", perchè perfino il Sabato, giorno che apre al piacere della libertà festiva, diventa "male abituale" per la sua piatta ripetitività che nulla può dargli in termini di prospettiva futura.
Ma il "giovane sdraiato" di Michele Serra sta molto peggio del giovane pasoliniano. Quello, pur rassegnato, è consapevole della sua povertà esistenziale, quindi c'è in lui una concreta possibilità di riscossa; questo, invece, neppure si accorge della sua condizione e rischia di lasciarsi vivere per sempre e di essere trascinato verso un domani fatalistico.
Quando scrissi per il figlio di mio figlio "Benedette, rispettabili regole (Per vivere felici e contenti)" ebbi già modo di avvertire, nel capitolo terzo, che "Il momento della elaborazione del proprio scopo di vita è il momento in cui l'individuo si prende la responsabilità della sua umanità per andare verso la meta prescelta, ossia verso un traguardo che giustifichi la fatica del cammino da percorrere in vista della crescita e del perfezionamento di sè". Ecco, pensavo e penso che un giovane si salva se sente il bisogno di rappresentarsi o di immaginarsi in una situazione temporale e spaziale diversa dal suo oggi; se, cioè, superate le nebbie degli istinti e delle confuse intuizioni della puerizia e della prima adolescenza, si rende conto dell'importanza di scegliere e di fissare una meta da raggiungere, nonchè dell'impegno morale e fisico, ossia dei sacrifici che occorrerà spendere per raggiungerla. Insomma, il giovane si salva se si immette con ferma determinazione in un progetto attraverso il quale, conscio dei veri valori della vita, si destina alla maturità secondo un ideale o un'ambizione.
Ci sono giovani, forti di temperamento (il corredo biologico ereditario) e di carattere (l'insieme delle qualità volitive sviluppate nell'infanzia, nella fanciullezza e nelll'adolescenza): questi sono in grado di guardare all'avvenire e di darsi un progetto. Altri non lo sono, perchè geneticamente meno fortunati e soprattutto perchè non hanno trovato nel proprio habitat familiare e sociale impulsi idonei alla formazione di una personalità orgogliosa, tenace, selettiva, competitiva, dotata di amour de soi, secondo l'espressione usata dal Jean Jacque Rousseau nell' "Emilio".
Non c'è dubbio: oggi, un giovane non arriva a mettere a punto un suo progetto di vita se gli manca una guida educativa che lo preservi dal subire la cultura del "conformismo", che è la cultura della "omologazione", cioè dell' accettazione passiva di modelli comportamentali imposti dal sistema consumistico; un sistema che sfocia nella "colonizzazione" delle personalità in erba. Diceva il filosofo umanista olandese Geert Geertsz, latinizzato Erasmo da Rotterdam (cfr. "Per una libera educazione"): "Homines, mihi crede, non nascuntur, sed effinguntur". Bisogna, dunque, che egli venga aiutato ad appropriarsi di una propria identità ed a viverla interiormente come momento di massima concentrazione di idealità, di propositi, di ricerca di una meta cui tendere. Bisogna che nel momento della scelta dell' obiettivo che lo realizzerà come uomo e cittadino non deve essere lasciato solo. Come esortava Seneca in "De vita beata" : "Fissiamo bene la meta e scrutiamo attentamente il modo per poterla raggiungere, con l'aiuto di un esperto che abbia già intrapreso ed esplorato il cammino che stiamo per affrontare".
Anche in un giovane non forte di temperamento e di carattere è insito il bisogno di sapere il perchè della vita e del vivere, quindi il bisogno di progettualità. Egli, però, oppone resistenza ad affrontare ogni questione che attenga al senso primo ed ultimo dell'esistere, anche perchè sono sollecitazioni fuori moda. Occorre, perciò, recuperare interamente, per la sua crescita umana, quella proposta educativa che, forse, non gli è stata sottoposta con la dovuta adeguatezza. Occorre accompagnarlo nella crescita, nel cercare la "sua strada", comunicargli in un clima di calma e di fiducia che egli deve concentrarsi sulla realtà evitando di ripiegarsi e di rinchiudersi in uno sterile isolazionismo. Occorre che capisca che non c'è una "vita facile" che apra "la via alla maturità" (V. E. Frankl, "Homo patiens"), ma che "ogni serio progetto comporta il coinvolgimento in situazioni vissute e sofferte giorno dopo giorno" (AA. VV., "Esigenze educative").
Per attivare questa proposta non è mai troppo tardi.
